Il fiuto dei cani come arma per svelare la presenza di un tumore prostatico

L’olfatto dei cani come arma per svelare la presenza di un tumore prostatico. Questo metodo, considerato attendibile nel 91% dei casi. La conferma arriva dal 21° Congresso Nazionale dell’Associazione Urologi Italiani (Auro) che si chiude oggi a Roma la conferma che il fiuto dei cani addestrati è più utile del laboratorio nella scoperta dei tumori alla prostata.

«L’urina dei malati, spiega il dott. Gianluigi Taverna, Responsabile del Centro di Patologia Prostatica presso l’Istituto Clinico Humanitas di Rozzano (Milano) ha un odore particolare e i cani specificatamente addestrati sono in grado di percepire e riconoscere. Nel 2012 abbiamo attivato uno studio di ricerca in collaborazione con il Centro Militare Veterinario di Grosseto (CEMIVET), patrocinato dallo Stato Maggiore della Difesa. Nella prima fase, che si è conclusa pochi mesi fa, abbiamo coinvolto 902 persone, suddivise tra sane e affette da cancro della prostata di diversa aggressività. Zoe e Liu, due pastori tedeschi altamente addestrati, hanno annusato pochi millilitri delle loro urine e i risultati sono stati superiori alle aspettative: hanno evidenziato una sensibilità superiore al 98% e una specificità superiore al 96%, dati attualmente inimmaginabili se confrontati alle procedure diagnostiche in uso».

Le eccezionali capacità dei cani  al servizio della scienza. «L’aiuto di questi animali può essere fondamentale – ha aggiunto il Colonnello Lorenzo Tidu, Centro militare veterinario dell’Esercito -: basti sottolineare che possiedono circa 200 milioni di cellule olfattive rispetto alle 50 degli esseri umani. I cani, precedentemente ammaestrati a riconoscere i campioni di urine dei pazienti affetti da tumore prostatico, hanno dimostrato una spiccata capacità di selezionare i campioni positivi, con un margine di errore trascurabile». Una ricerca di grande rilevanza, anche al di là dell’Oceano.

«Abbiamo presentato questi risultati al 109° Meeting annuale dell’American Urological Association (AUA), che si è svolto a Maggio negli Stati Uniti – ha sottolineato Taverna – e gli americani hanno presentato questa scoperta come una ‘reale opportunità clinica’ al servizio di noi specialisti».

«Negli ospedali è presumibile che non vedremo i cani come ci capita negli aeroporti – ha aggiunto Pierpaolo Graziotti, Presidente AURO e Responsabile dell’Unità Operativa di Urologia dell’Istituto Humanitas –, ma resta ‘la magia’ che animali opportunamente addestrati siano più affidabili di qualsiasi attuale test diagnostico nell’identificare un paziente con neoplasia prostatica». Il secondo step della ricerca è già in corso. «Dalla conclusione della prima fase è emerso in modo chiaro che i presupposti intuiti 20 anni orsono sono stati confermati – ha concluso Taverna –. Per tale ragione è attualmente in corso la seconda parte dello studio che si concluderà entro un anno».

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