Greenpeace, la Rainbow Warrior oggi a Savona: prima tappa tour “Non è un Paese per fossili”

SAVONA – La nuova Rainbow Warrior, l’imbarcazione simbolo di Greenpeace, arriva oggi a Savona per la prima tappa del tour “Non è un Paese per fossili” che si snoderà lungo tutte le coste italiane.

Sono stati accolti a bordo i rappresentanti della Rete Savonese Fermiamo il Carbone e di Medicina Democratica che da anni lottano contro la centrale a carbone di Vado Ligure. I gruppi a carbone dell’impianto di Tirreno Power, una società controllata da Sorgenia del gruppo De Benedetti, sono fermi dallo scorso marzo, quando l’inosservanza delle prescrizioni dell’AIA (Autorizzazione Integrata Ambientale) ne determinò l’arresto. Due i filoni d’inchiesta che pendono sul management della centrale e dell’azienda, per disastro ambientale doloso e omicidio colposo. Le perizie approntate dai consulenti della Procura di Savona sugli impatti sanitari della centrale di Vado dicono che i fumi fuoriusciti dalla centrale avrebbero causato, tra il 2000 e il 2007, oltre quattrocento morti. Greenpeace ha promosso insieme ai comitati locali e alle altre associazioni ambientaliste azioni legali contro l’impianto, tra cui il ricorso contro l’AIA (sospesa pochi giorni fa dal Ministero per l’Ambiente) e un esposto che ha contribuito all’avvio le indagini.

«Il tour della nuova Rainbow Warrior non poteva che cominciare da qui. La centrale di Vado Ligure è un esempio emblematico di quanto il carbone sia una fonte energetica rovinosa e infine perdente. Secondo molti bruciare carbone per produrre energia elettrica è economicamente conveniente. Peccato che lo sia solo fin quando le autorità controllano poco e male, senza verificare i costi per l’ambiente e la salute dei territori colpiti dal carbone. Non è davvero una sorpresa che controlli rigorosi abbiano determinato il fermo dell’impianto e inchieste che prevedono capi d’accusa gravissimi» dichiara Andrea Boraschi, responsabile della campagna Energia e Clima di Greenpeace.

Greenpeace aveva evidenziato per prima, nel giugno del 2013, come la centrale di Tirreno Power fosse la più letale in Italia. Uno studio realizzato dall’Università di Stoccarda, per conto dell’associazione ambientalista, aveva stimato un impatto sanitario corrispondente a 120 morti premature l’anno. A meno di un anno di distanza le indagini epidemiologiche disposte dal Tribunale di Savona “hanno evidenziato un aumento della morbilità e della mortalità, esclusivamente attribuibile alla emissione della centrale”, quantificabile in almeno 353 casi di patologie respiratorie e 94 di asma nei bambini, 1675 ricoveri di adulti per malattie respiratorie e cardiache, 251 morti per malattie cardiovascolari, almeno 103 morti per malattie respiratorie; “tutte patologie ed eventi letali (…) attribuibili esclusivamente alla Centrale, di entità tale da assumere le dimensioni del disastro”. Un anno prima, nel settembre del 2012, mentre veniva concessa l’AIA per l’ampliamento della centrale, Greenpeace rivelava i risultati di alcuni campionamenti sulla fauna marina dell’area antistante la centrale, e in particolare livelli di concentrazione di metalli pesanti nelle triglie (soprattutto mercurio) oltre la norma.

Tirreno Power ha tentato per anni di ampliare l’impianto, ottenendo l’autorizzazione per la costruzione di un nuovo gruppo a carbone che avrebbe dovuto parzialmente sostituire i due esistenti, troppo vetusti, secondo l’azienda, per poter essere dotati di tecnologie di abbattimento degli inquinanti conformi agli standard attuali. La costruzione del nuovo gruppo non è mai partita e oggi, smentendo se stessa, Tirreno Power chiede di poter migliorare i gruppi a carbone esistenti.

«Troppo tardi. L’azienda ha lasciato andare in malora questo impianto, pensando solo a trarne il massimo profitto in spregio della salute e dell’ambiente – aggiunge Boraschi – Ora non serve nascondersi dietro la crisi occupazionale: sosteniamo i lavoratori che rischiano di perdere il loro posto, ma restiamo convinti che non si possa garantire l’occupazione a discapito della salute e dell’ambiente. Tirreno Power, dunque il gruppo De Benedetti, ha l’obbligo di prevedere una conversione di questa centrale che garantisca sostenibilità e occupazione. Il carbone ha fatto il suo corso, dobbiamo lasciarcelo alle spalle».

La nuova Rainbow Warrior è per la prima volta in Italia e proseguirà nelle prossime settimane il tour “Non è un Paese per fossili”, per continuare a incontrare le comunità locali colpite dalle fonti energetiche ‘sporche’ come carbone e petrolio, per promuovere le energie rinnovabili e l’efficienza.

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