Coldiretti: concorrenza sleale contro riso italiano

Calata addirittura del 22% la produzione di riso italiano che perde mercato a causa dei prezzi concorrenziali di ingenti quantità del prodotto alimentare proveniente prevalentemente dalla Cambogia. Secondo la Coldiretti questa situazione, creatasi in seguito all’accordo cosiddetto “Everything but arms” (circolazione in libero mercato di tutto ad eccezione di armi) comporta seri rischi per la salute dei consumatori. Infatti diverse multinazionali avrebbero acquistato vaste aree di terreni nei paesi in via di sviluppo,  sui quali coltivano con costi concorrenziali, sia per il minore costo della manodopera, sia grazie al mancato rispetto di tutte le normative italiane ed europee sulla sicurezza delle coltivazioni.
Gli inquinamenti e le contaminazioni da pesticidi sono infatti all’ordine del giorno e Coldiretti rileva che almeno una volta a settimana è stata denunciata dalla commissione europea addetta ai controlli qualche irregolarità sui prodotti di importazione asiatica:

“Nel primo semestre 2014 il sistema di allerta rapido Europeo (RASFF) ha effettuato quasi una notifica a settimana per riso e prodotti derivati di provenienza asiatica per la presenza di pesticidi non autorizzati o che superano i limiti ammessi di residuo e assenza di certificazioni sanitarie.”

Naturalmente la produzione nel rispetto delle norme di sicurezza per la salute e per il rispetto dell’ambiente ha un costo molto più elevato: si calcola infatti che il riso cambogiano costi circa 200 euro a tonnellata, circa la metà di quello prodotto in Italia.
Oggi 15.000 ettari di risaie sono state abbandonate in Italia e l’associazione dei coltivatori ha portato a Roma nei giorni scorsi la “battaglia del riso” che ha coinvolto i coltivatori di Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia e Sardegna con l’intento di chiedere a livello istituzionale provvedimenti contro questo genere di concorrenza sleale.
L’Italia rimane il primo produttore di riso europeo con 216.000 ettari di coltivazione, ma l’importazione dalla Cambogia è aumentata del 360% solo nel primo trimestre 2014. I coltivatori denunciano inoltre anche il reale rischio per i consumatori in assenza di una etichettatura corretta che consenta di conoscere la reale provenienza del prodotto.

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