I nodi della crescita economica: fisco, illegalità e sommerso

La crisi in Italia ha ampliato, negli ultimi anni, la forbice tra ricchi e poveri contribuendo a ridurre ulteriormente la capacità della classe media, in conseguenza di equilibri economici e fiscali sempre più precari. In questo contesto la pressione fiscale ha fatto il resto: ha oppresso maggiormente i contribuenti abituali, costretto le aziende a ricercare capitali senza poter dare garanzie e accresciuto le richieste di debito.

È in questa difficile situazione che ha operato Equitalia SpA, nata nel 2005 dalle ceneri della galassia degli esattori privati e affidata al controllo dell’Agenzia delle Entrate. Dopo la sua controversa azione, l’esattore pubblico meno amato dagli italiani potrebbe subire un piano di ristrutturazione in contemporanea con una nuova azione contro l’evasione fiscale: l’obiettivo non è più solo la tracciabilità dei pagamenti, ma una modifica sostanziale negli obiettivi e nel modus operandi dell’istituto. Quindi, più controlli nei confronti dei grandi evasori, meno cartelle da brivido da recapitare ai contribuenti conosciuti, sanzioni più soft, maggiore tempo di risposta e migliori rapporti tra contribuenti e fisco.

Avranno invece priorità i flussi ingiustificati verso i Paesi off-shore, ma anche nuove forme di truffe come il furto delle identità online e il riciclaggio, in conseguenza di quanto accaduto nell’intero 2013 e nei primi sei mesi del 2014: un aumento del 50% circa delle segnalazioni di operazioni finanziarie sospette alla Uif, l’Unità di informazione finanziaria presso la Banca d’Italia, con interessamento di atti di riciclaggio o terrorismo. Dal rapporto dell’Uif si evince che nel 2013 l’importo complessivo dei movimenti sospetti è di 84 miliardi di euro e nell’85% dei casi le segnalazioni sono arrivate dalle banche o dalle Poste e solo il restante 5% dai professionisti.

Il dato drammatico è rappresentato, quindi, dalla quasi totale assenza di denunce da parte della Pubblica Amministrazione, che evidenzia un problema socio-culturale diffuso e cioè una sorta di omertà finanziaria o connivenza neanche tanto occulta. Dal 2007 a oggi le segnalazioni sono passate da 12.500 a circa 65.000 all’anno – quasi totalmente relative a fenomeni di riciclaggio – e se tra il 2012 e 2013 il dato sembrava essersi stabilizzato, nel primo semestre del 2014 è spaventosamente in aumento con oltre 38.000 segnalazioni, in crescita del 23% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno.

Il bacino preferito dagli “operatori” di traffici finanziari illeciti è rappresentato dai centri off-shore con strumenti e tipologie di truffe sempre più ricercate: dai trust a cartolarizzazioni specializzate, usati per ostacolare la corretta ricostruzione dei flussi finanziari e coprire le identità. Di contro, l’aumento di spostamenti di denaro, la crisi e la difficoltà del tessuto reale nostrano hanno incentivato un fenomeno tristemente conosciuto al nostro Paese e cioè l’usura. Il quadro è completo con i furti di identità on-line, con i conseguenti acquisti fraudolenti e con il riciclaggio attraverso i cosiddetti “compro-oro” e le nuove forme di monetizzazione virtuale, “bitcoin” in primis, che permettono di schermare alla perfezione gli autori delle transazioni.

Tutti questi fattori rappresentano elementi distorsivi per la crescita economica e per potere contare su un quadro “reale” più chiaro possibile e soprattutto sul potenziale di ciascun Paese, l’UE ha deciso che da ottobre, sulla falsariga dei criteri adottati recentemente dagli Usa, modificherà alcuni criteri statistici utilizzati per il calcolo del Pil, che aumenterà di qualche punto percentuale conseguentemente. La nuova metodologia non influenzerà le stime di crescita economica, ma solo la dimensione complessiva del Prodotto interno Lordo introducendo nuovi canali di informazione e variazioni di calcolo (spese per armamenti, R&S, ricalcolo metodi pensionistici).

L’intervento più controverso sarà l’inclusione nella contabilità nazionale delle attività non legali: sinora queste non sono state considerate a causa dell’eccessiva difficoltà di valutazione, il che comporta dubbi su una misurazione attendibile e rischi di disomogeneità di definizione fra i vari paesi UE. Saranno incorporate le attività in sé legali ma che sfuggono all’imposizione fiscale e contributiva (economia sommersa) e la produzione, vendita o possesso di beni e servizi proibiti dalle norme penali (traffico di droga, prostituzione contrabbando, traffico d’armi), che rappresentano la cosiddetta economia illegale. Nel 2010 l’Istat stimava il sommerso circa il 17% del Pil osservato nel 2008 e in valore assoluto si trattava di circa 270 miliardi di euro, mentre il 13% del Pil rappresentava l’economia illegale.

Gli effetti statistici incideranno positivamente sul decifit/Pil e sul debito/Pil, i parametri di Maastricht utilizzati per valutare la salute delle finanze pubbliche di ciascun paese: un incremento “statistico” del Pil stimato pari al 2% in Italia migliorerebbe il rapporto deficit/Pil in modo da liberare maggiori margini di spesa pubblica, mentre il debito/Pil si attesterebbe al 130% anziché al 132,6% di oggi. Tuttavia, ciò non può definirsi un trucco contabile ma un correttivo necessario, in conseguenza di un ricalcolo dei dati sin dal 1995, al fine di ottenere solo un’armonizzazione geografica europea ed una sorta di formattazione ai cambiamenti dei tempi. Sarà importante valutare, quindi, la puntualità e la veridicità dei dati dell’economia illegale e considerando l’arretratezza dei dati italiani – solo recentemente la Corte dei Conti ha prodotto un report che spinge il dato sul sommerso oltre la soglia del 21% del Pil – sarebbe opportuno che alla riforma del fisco ed ai controlli sul riciclaggio si potesse affiancare un’analisi dell’economia illecita più coerente possibile, in modo da individuare le zone grigie e di conseguenza rendere meno artificiale una crescita economica oggi rivisitabile in positivo grazie a modifiche contabili, ma lontana da un reale slancio.

E’ importante che questo processo revisionale apporti benefici, che non risulti controproducente inducendo Autorità e governi ad allentare il rigore sui conti pubblici e soprattutto che rappresenti uno stimolo all’azione concreta, per fornire alla popolazione risposte adeguate e coerenti.

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