La “Mela rossa dentro incarnato” e le M3, M4, M5: un legame?

Se ben ricordate qualche giorno fa avevo scritto un breve articolo sull’Archeologia Arborea, attraverso cui vengono recuperate le varietà di frutta più antiche che l’omologazione agricola ha fatto quasi del tutto scomparire. Un’attività che viene “coltivata” con passione presso San Lorenzo di Lerchi, vicino Perugia. Giusto per riprendere le fila del discorso, avevo anche scritto della Pera Volpina. Oggi invece vi parlerò di una mela molto antica: la Mela Rossa Dentro Incaranto e di un suo possibile legame con tre varietà di mele a lei molto simili, la M3, M4 e M5 frutto di incroci e dello studio portato avanti dal prof. Rosario Muleo del Dafne (ex facoltà di Agraria) dell’Università della Tuscia.

Ma andiamo per ordine. La Mela Rossa Dentro Incarnato è una varietà molto antica, ritrovata dalla prof.ssa Giovanna Giomaro nella zona di Acqualagna (PU), al confine con l’Alta Valle del Tevere, in poche piante sparse. Di essa non si conoscono né l’origine né la diffusione. Secondo le ipotesi si tratterebbe di uno spontaneo (questo il gergo), che ha avuto qualche coltivazione. La pianta di per sè è poco vigorosa e rustica; produce in maniera costante e fiorisce in epoca medio precoce. I germogli giovani hanno una colorazione decisamente rossastra e anche il legno ha la stessa curiosa colorazione. Il frutto è medio, di forma rotondeggiante leggermente appuntita, simmetrico, con il peduncolo medio grosso, inserito in una cavità media, acuta. Questa buffa mela ha buccia lucida, liscia, di colore rosso scuro piuttosto omogeneo. La polpa è bianca, ma diffusamente colorata di rosso a partire dalle buccia verso l’interno, aromatica e dolce, di consistenza leggermente farinosa e poco serbevole, di buona qualità. Questa mela matura nella tarda estate (settembre) e si conserva assai poco. È da consumo fresco o al massimo da conserve.

Probabilmente vi chiederete cosa ha in comune questa mela così poetica con le mele M3, M4 e M5, e posso rispondervi che me lo chiedo anche io, dato che è solo per caso che mi sono imbattuta in questa strana coincidenza.
Le mele M3, M4 e M5 sono mele rosse frutto, come accennato, i anni di studio del professor Rosario Muleo del Dafne (ex facoltà di Agraria) dell’Università della Tuscia. Nascono da incroci di diverse varietà, ma non hanno nulla di transgenico.

In comune con la Mela Rossa Dentro Incarnato hanno il colore rosso all’interno, in più sappiamo che hanno una percentuale di polifenoli 4 volte superiore a quello delle Annurche che, tra le mele tradizionali, sono quelle che ne hanno di più. Hanno un alto potere antiossidante, quindi impediscono la proliferazione di cellule tumorali. Inoltre una volta tagliate non si ossdiano e quindi non diventano nere, e questo per l’alta quantità di antiossidanti che contengono (ragion per cui si deduce che anche la Mela Rossa Dentro Incarnato abbia le stesse proprietà, magari in misura minore). Essendo però frutto di una lunga selezione queste “futuristiche” mele si mantengono di più, caratteristicha questa che la Rossa Dentro Incarnato non ha, e in più crescono senza l’ausilio della chimica.

M3, M4 e M5 hanno anche altri vantaggi: se attaccate da un insetto, il danno dell’intrusione rimane circoscritto alla zona colpita e non si propaga in tutto il frutto; stessa cosa se si ammacca. Una delle tre sarà brevettata e ne verrà avviata la produzione in quantità abbondanti. Ed è qui che mi son chiesta: ma possibile che il professor Rosario Muleo del Dafne (ex facoltà di Agraria) ignorasse l’esistenza della varietà Mela Rossa Dentro Incarnato che tanto sarebbe stata utile ai suoi studi, magari facilitando la selezione e gli incroci?
Per quanto riguarda il brevetto, sarà l’Ateneo a decidere. In ogni caso ognuna ha una sua caratteristica:
M3, per esempio, è dolce e pastosa;
M4 è croccante e acidula;
M5 è croccante e dolce.
Forse sussiste la possibilità che siano brevettate tutte e tre. Ciò che non capisco è: se nel nostro patrimonio esisteva già una mela così, perchè anni di incroci e selezioni? Non si poteva partire già da una buona base? Non sarebbe stata più proficua una collaborazione tra il Vivaio San Lorenzo e l’Università della Tuscia?
Voi cosa ne pensate?

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