Sport e sostenibilità economico-sociale: dalle Olimpiadi ai Mondiali brasiliani

La storia insegna che le grandi competizioni sportive rappresentano un’enorme opportunità, ma anche conseguenze economiche e sociali non trascurabili.

Le Olimpiadi di Barcellona (1992) furono un caso di successo in una fase di espansione del Paese, ma un’analisi più accurata ha dimostrato che i benefici sono stati minori di quelli sbandierati dai dati ufficiali. I Giochi di Sydney (2000) si fregiarono del riconoscimento di primo “green game”, grazie alla riqualificazione, dopo la bonifica, di un’area industriale dismessa piena di rifiuti tossici, all’uso di materiali eco-compatibili, all’ampio utilizzo di energia solare, oltre a trasporti pubblici a bassa emissione inquinante. Si trattò di un successo economico con una spesa complessiva di soli 4 miliardi di dollari, non senza elementi negativi: lo stadio olimpico risulta oggi quasi abbandonato e l’asta per l’assegnazione degli appartamenti ricavati dalla riconversione del villaggio olimpico non ha dato i risultati sperati.

Nel 2012 a Londra la spesa prevista di 2,5 miliardi di euro lievitò fino ai 12 miliardi con l’unico beneficio legato alla riqualificazione dell’East End, area londinese in dissesto. Nel 2008 le Olimpiadi di Pechino furono solo uno spot per il Paese, ma la forbice tra entrate e uscite fu molto ampia con un ritorno di poco meno di 3 miliardi di dollari a dispetto di spese (solo stimate) di oltre 20 miliardi. Il caso più eclatante di insuccesso è invece rappresentato dalle Olimpiadi di Atene del 2004: i costi raddoppiati (da 5 miliardi di euro a 9 miliardi, di cui oltre 7 a carico dello Stato) misero in ginocchio la Grecia, il cui Pil iniziò una lunga ed inesorabile discesa. Dopo appena tre settimane dalla fine dei Giochi, 21 dei 22 siti olimpici di nuova costruzione chiusero i battenti e il costo di mantenimento pesò per oltre 600 milioni di euro l’anno, con 70 mila persone che persero il lavoro immediatamente.

Tra Olimpiadi e Mondiali di calcio i numeri non sono molto diversi: nelle ultime tre edizioni, quelle in Giappone e Corea 2002 (costate 16 miliardi di dollari), Germania 2006 (6 miliardi) e Sud Africa 2010 (8 miliardi), non si sono avuti i risultati sperati con budget sforati e ricavi inferiori al previsto. Il timore, oggi, è che il Brasile possa replicare l’esperienza greca, i cui ritardi per la costruzione delle sedi olimpiche obbligarono gli ellenici a contrarre nuovi prestiti internazionali.

Lo stesso sta accadendo in Sud America con un enorme monte debiti, con corruzione dilagante, con l’incertezza sugli sviluppi futuri e con la quasi certa impossibilità per il Governo di mantenere le promesse di un ritorno economico complessivo di 600 miliardi di dollari e di 1 milione di nuovi posti di lavoro. Al di là dei costi relativi all’evento brasiliano, chiari a tutti, è giusto completare l’analisi indicando i benefici e gli oneri sociali connessi. In primo luogo, un dato negativo è rappresentato dalla quantità di anidride carbonica prodotta: è stata, infatti, imponente durante la costruzione degli impianti e ammonterà complessivamente a circa 1,4 milioni di tonnellate, in base alla stima dei trasporti aerei e via terra durante la competizione calcistica. A favore dell’evento in questione c’è però il paragone con le Olimpiadi di Londra, con emissioni di CO2 stimate la metà di quelle registrate in Europa.

Il Governo brasiliano, per rendere il Mondiale più eco-compatibile possibile, ha lavorato a fianco dell’UNEP (il Programma per l’Ambiente delle Nazioni Unite) che ha lanciato una campagna di sensibilizzazione chiamata “Passaporto Verde” capace di coinvolgere attivamente i cittadini e i turisti con comportamenti sostenibili: grazie all’App “Green Passport” si possono e si potranno, quindi, pianificare viaggi, come quello per i Mondiali in Brasile, rispettando l’ambiente e programmando le attività con il più basso impatto.

L’altro elemento sociale rilevante è legato al futuro degli stadi, costruiti e ristrutturati con principi di sostenibilità ambientale. I progetti sono stati studiati per ridurre gli impatti negativi sulla società nella fase successiva all’evento per lasciare in eredità ai cittadini brasiliani qualcosa di positivo, grazie a dodici stadi modernissimi da poter e dover riutilizzare. Tra questi l’impianto di Brasilia è la prima struttura ad “energia zero” con la copertura dello stadio arricchita da pannelli fotovoltaici e con un sistema di recupero dell’acqua piovana da riutilizzare per i servizi igienici e l’irrigazione del manto erboso, che permette di ridurre il consumo di acqua dell’80%. Anche a Fortaleza, all’interno dell’impianto, è stato creato un supporto per la raccolta differenziata con cui sono stati ridotti del 67% i consumi di acqua ed il 92% del legno impiegato nella costruzione. Lo stadio di Cuiabà, ribattezzato O Verdão (The Big Green), è stato costruito con un approccio sostenibile utilizzando materiali riciclati e con una struttura flessibile che potrà essere modificata e ridotta alla fine dei Mondiali per ospitare eventi culturali (spettacoli e fiere). L’Arena di Recife fa parte di un complesso ampio che racchiude centri commerciali e ristoranti ed è illuminato grazie all’energia prodotta da moduli fotovoltaici che produrranno oltre 1.500 MWh di energia elettrica all’anno e che, quando lo stadio non sarà in funzione, verranno distribuiti alla comunità locale per finanziarie lo sviluppo di una zona economicamente povera, interessata dalla costruzione di circa 5.000 abitazioni.

Al di là dei costi più ampi rispetto alla stima originaria e dei rischi legati alla sostenibilità economica del post-evento, il Brasile ha una grande chance di sviluppo che questo gigante fenomeno eco-compatibile sembra poter consentire: adesso spetta al Governo cercare di mantenere le promesse, ma soprattutto evitare che la corruzione e la malavita prenda il sopravvento. E’ un’occasione per uno dei Paesi guida del Sud America, da cui anni fa è partita l’espansione dell’intera area e da cui si spera non debba arrivare una brusca frenata, per evitare il ripetersi dell’implosione greca.

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