Disastro Deepwater: il bilancio sugli effetti della marea nera a quattro anni di distanza

Son passati quattro anni dal quel 20 Aprile 2010, quanto nel Golfo del Messico, la piattaforma petrolifera Deepwater Horizon riversò in mare circa 900 milioni di litri di greggio.
Charles Fisher, professore di bioglogia alla Penn State University, fa un bilancio sugli effetti che la “marea nera” ha avuto su fauna e flora marine, il cui impatto è stato più grave profondo di quanto stimato fino ad ora.

Lo studio del professor Fisher è stato pubblicato sui Proceedings of the National Academy of Sciences: cinque nuove comunità coralline, distanti circa 22 chilometri dal punto in cui è avvenuta la perdita e situate ad una profondità superiore ai 1800 metri, mostrano i segni dei danni provocati dalla fuoriuscita del greggio dalla Deepwater.

Fisher e il suo team di ricercatori avevano osservato nel periodo immediatamente successivo al disastro, la presenza di una particolare “condizione” presente nelle comunità coralline della zona contaminata dal greggio. I coralli sono ricoperti da tessuto vivente in condizioni normali, ma le comunità esaminate presentavano un rivestimento mucillaginoso marrone, una specie di “armatura” che i coralli producono quale risposta a stress subiti, e che nasconde di solito un corallo malato o morente. A quattro anni di distanza lo stesso scudo è apparso nelle colonie più distanti da quelle esaminate in precedenza, e ciò ha permesso ai ricercatori di ridisegnare l’area interessata dalla marea nera.

“Uno dei motivi che porta ad utilizzare il corallo come indicatore di contaminazione è che il suo scheletro conserva la prova del danno a lungo, anche dopo che il petrolio, causa del danno, non c’è più” spiega Fisher.

Non è stato facile però trovare le colonie adatte a questo tipo di analisi, perchè spesso queste comunità di coralli, a maggior ragione se si cercano a profondità superiori ai mille metri, hanno dimensioni davvero modeste. Al fine di trovare quelle che fossero sufficientemente estese, il gruppo di ricercatori ha scelto ventinove siti (tra i 488 potenziali trovati dal dipartimento di salvaguardia delle acque americano), a circa quaranta chilometri rispetto alla posizione della Deepwater, che ha poi perlustrato utilizzando Sentry, un veicolo sottomarino autonomo (Auv). Una volta trovate le colonie, queste sono state riprese grazie alle telecamere ad alta risoluzione montate su un sottomarino a comando remoto (Rouv).

“Con le telecamere a bordo del Rouv siamo stati in grado di raccogliere belle immagini ad alta risoluzione. Quando abbiamo confrontato queste immagini con quelle dei coralli che sapevamo essere contaminati, in due delle comunità appena scoperte tutti i segni presenti fornivano prove evidenti della contaminazione dovuta alla fuoriuscita di petrolio dalla Deepwater Horizon” racconta Fisher. I coralli fungono da habitat e da zona di riproduzione per molte specie marine. Il professor Fisher non si è sbilanciato sulla possibilità di ripresa delle colonie contaminate, ricordando che i coralli hanno un metabolismo molto lento, di conseguenza solo fra qualche anno potremo sapere se si saranno ristabiliti o meno.

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