FederFauna e le politiche di investimento animalista

Massimiliano Filippi, Segretario Generale FederFauna, ci racconta una storia.

Ogni anno noi Italiani spendiamo miliardi di euro per la tutela degli animali, e questo è un punto a nostro vantaggio, ma ciò che non sappiamo è che a beneficiare di questo flusso di soldi sarebbero in particolare le associazioni animaliste, sembra attraverso business nascosti.

I dati relativi al numero ed alla durata dei processi in Italia, tratti dalla recente “Relazione Ministeriale sull’amministrazione della Giustizia”, sono stati incrociati con quelli relativi alla spesa pubblica complessiva per i Tribunali e le Procure (presi dal dossier dell’associazione “Detenuto Ignoto”), insieme a quelli forniti dall’associazione animalista Lav, in merito al numero dei fascicoli aperti ogni giorno per reati a danno di animali: 24 (uno ogni ora), che fanno emergere risultati a dir poco sconcertanti.

Non solo, sembra piu’ chiaro il motivo per cui i Tribunali risultano “intasati” (che comunque, aggiungo io, non sono intasati solo dai procedimenti aperti in merito a cause relative agli animali), ma risulta da un prima stima, che i circa 9 mila procedimenti aperti ogni anno per cani e altri animali, che per arrivare a concludersi impiegano mediamente 5 anni, arriverebbero a costare agli Italiani qualcosa come 40 milioni di euro.
Ma la cifra potrebbe salire, dato che gia’ nel 2010, fonti animaliste lamentavano l’apertura di “soli” 3.500 procedimenti in tutta Italia a fronte di ben 109.500 segnalazioni di presunti reati a danno degli animali.

E’ necessario sapere che qualsiasi denuncia, anche la piu’ assurda, deve essere registrata da un Agente di Polizia, che, a sua volta, deve girarla alla Procura, oppure la denuncia va depositata presso l’apposito ufficio giudiziario che la deve protocollare. In seguito, la Procura dovra’ leggerla e valutarla, iscriverla in un apposito modello e anche se decidesse di archiviarla, dovra’ avvertire il querelante, in genere attraverso la Polizia o tramite raccomandata con ricevuta di ritorno, per consentirgli di opporsi. In tal caso sara’ il Gip a rivalutare nuovamente il tutto, e decidere quindi se proseguire o meno. Un iter elefantesco che certo non è gratuito e che grava sempre sulle tasche dei contribuenti (iter che peraltro grava su tutti i procedimenti).

Oltre a questi costi, vi sono quelli per le Forze dell’Ordine impegnate nelle operazioni inerenti agli animali: indagini, perquisizioni, sequestri. Secondo la Ragioneria generale dello Stato, nel 2012, le Forze dell’Ordine ci sono costate 17 miliardi di euro.
Ovviamente non tutte le 324.339 unita’ attive (Eurostat 2005) hanno dovuto dedicarsi agli animali, ma si fa presto a fare il conto di quanto possa costarci uno spiegamento di tre, cinque, quindici agenti, automezzi e attrezzature varie, impegnati uno o piu’ giorni per sequestrare un furgone di cani o qualche tigre del circo, che comunque poi vengono affidati agli animalisti (quindi che fare? meglio la politica del laissez faire laissez passer secondo FederFauna?) .

Dunque c’è forse da chiedersi il perchè di tanta preoccupazione da parte degli animalisiti per il recente Disegno di Legge sulla riorganizzazione della Pubblica Amministrazione, che propone l’assorbimento delle funzioni di polizia del Corpo Forestale dello Stato in quelle delle altre forze di polizia e delle amministrazioni locali, essendo il CFS il piu’ sfruttato in questo tipo di operazioni ed avendo con esso addirittura una convenzione? (anche qui mi verrebbe da dire e chi altri se non il Corpo Forestale?).

Non dimentichiamo i veterinari chiamati ad intervenire. In base ad una stima del SIVeLP (Sindacato Italiano Veterinari Liberi Professionisti), i veterinari pubblici ci costano in media, circa 100mila euro l’anno (70 euro l’ora) ciascuno e in Italia ve ne sono circa 8 mila, di cui quasi 6 mila nel Sistema Sanitario Nazionale.

Tantissimi se confrontati con il numero degli stessi in Germania, che possiede piu’ del doppio del nostro patrimonio zootecnico e 85milioni di abitanti (ne ha meno della metà), pochissimi se consideriamo il fatto che li impegnamo con cagnolini, annessi e connessi, tanto da metterli in difficoltà nel riuscire ad eseguire tutti i controlli necessari a garantire la sicurezza alimentare dei consumatori (magari in Germania la coscienza civica in merito al rispetto e alla tutela degli animali è diversa dalla nostra no? Tra l’altro esistono molti veterinari compiacenti verso alcuni tipi di allevamenti).

E poi ci sono i protagonisti cioè gli animali sequestrati, che inevitabilmente finiscono in genere in centri di recupero, che normalmente godono di finanziamenti pubblici; i cani, naturalmente vanno a finire in canile. I costi della loro detenzione finiscono magari nel calderone della spesa per il randagismo, stimata da AACI nel 2010 in circa 2miliardi di euro, anche quelli tutti a carico dei contribuenti. Certo però che è strano, come fa notare AssoCanili, che le associazioni animaliste che denunciano continuamente il “business dei canili”, poi siano di fatto coinvolte nella gestione del 75% delle strutture (magari se abbiamo qualche canile che funziona decentemente è anche grazie a loro).

Infatti a Roma c’e’ stata una vera e propria “insurrezione” degli animalisti quando il Sindaco Marino ha proposto di affidare la gestione di cani e gatti con bandi trasparenti aperti anche a strutture private, esattamente come avviene per tutta la Sanita’ Umana (che però non mi pare funzioni eccellentemente).

Difficile quindi fare un conto preciso di quanto costi allo Stato, a noi tutti, l’intero meccanismo, ma viene il mal di testa al solo pensarci.

Ma a fronte di tutte queste spese abbiamo almeno un buon ritorno? Purtroppo no! Ritornando ai processi da cui eravamo partiti, e per stessa ammissione della Lav: “i processi celebrati che arrivano a sentenza sono poco meno del 30%, e di questi solo la meta’ si concludono con sentenza di condanna”. Inoltre, per effetto di un meccanismo perverso introdotto dalla Legge 189/04: gli animali sottoposti a sequestro o confisca sono affidati alle associazioni animaliste, che sono anche destinatarie delle entrate derivanti dall’applicazione delle sanzioni e possono pure costituirsi parte civile per chiedere loro i danni.
La Pubblica Amministrazione e’ l’unica che ne esce sempre e comunque perdente: anche quando i reati vengono effettivamente riscontrati e condannati (e questo avviene in bassissima percentuale), paga comunque per un servizio, se cosi’ si puo’ chiamarlo, che reca benefici a qualcun altro.

E non è tutto: in base ad un’interpretazione ampia e piuttosto singolare del concetto di “tutela e valorizzazione dell’ambiente”, le associazioni animaliste si auto dichiarano impegnate in questa attivita’ per acquisire la qualifica di Onlus (Organizzazione non lucrativa di utilita’ sociale). Grazie a questa qualifica esse ottengono così, un regime tributario di favore per quanto riguarda le imposte sui redditi, l’imposta sul valore aggiunto (IVA) e le altre imposte indirette, in più rientrano tra i destinatari del cinque per mille, la quota dell’imposta IRPEF, che in base alle destinazioni indicate dai cittadini nella dichiarazione dei redditi, lo Stato ripartisce tra gli enti che svolgono attivita’ socialmente rilevanti, per dar loro sostegno (credo che ognuno sia libero di destinare il 5 per mille a chi vuole, visto e considerato che altre associazioni per la ricerca si sono rivelate una truffa ai danni dei cittadini).

Non stupisce che le associazioni animaliste si auto dichiarino “di utilita’ sociale”, stupisce che un Ministro abbia emesso, ed i Ministri successivi non abbiano ritirato, decreti che riconoscono come “impegnate nella tutela e valorizzazione dell’ambiente” organizzazioni pro nutrie, scoiattoli grigi, cani e gatti randagi, che l’ambiente lo distruggono (vorrei chiedere a FederFauna come si spiega il fenomeno del randagismo, e se per tutela e valorizzazione dell’ambiente pensa che sia meglio un paesaggio pieno di rifiuti lasciati ovunque dalle persone).

Di sicuro c’è il risultato: una certa sottrazione fiscale ed anche una distrazione di decine di milioni di euro di risorse che potrebbero sostenere attivita’ quali l’assistenza sociale e sanitaria, l’istruzione, la tutela dei diritti civili, la ricerca scientifica di particolare interesse sociale. E’ paradossale, ma il sistema consente di togliere sostegno a chi attua la ricerca per guarirci dalle malattie, per darlo a chi invece la ostacola (i mancati fondi alla assistenza sociale, alla tutela dei diritti civili e alla ricerca scientifica per migliorare la nostra vita, non dipende certo esclusivamente dai fondi che vanno alle associazioni animaliste).

E’ freschissima la notizia della scoperta ad Atlanta (Georgia –USA) di una possibile cura per l’ebola, ottenuta sperimentando su primati anticorpi prodotti su piante di tabacco OGM. In Italia ci saremmo tenuti l’ebola!(rasentiamo l’assurdo con questa affermazione).

Noi sosteniamo altri business animalisti: alcuni consolidati, come le convenzioni per iniziative promozionali che gravano sui bilanci dei Comuni o la formazione animalista che grava sui bilanci delle Regioni o di altri enti comunque sempre facenti capo alla Pubblica Amministrazione; alcuni in fase di avviamento, come il soccorso stradale degli animali: il nuovo Codice della strada pone il soccorso dell’animale incidentato a carico dell’Ente Pubblico, ma guarda caso sono le associazioni animaliste che hanno proposto e caldeggiato la norma che sono corse a dotarsi di apposite ambulanze. Che siano loro ad effettuare il servizio, ma a spese nostre, ormai e’ quasi scontato (io penso invece al trasporto e alla commercializzazione degli animali vivi su camion in condizioni ai confini della realtà).

Insomma, sono un’infinita’ i rivoli di denaro, tanto denaro, che esce dal portafoglio degli Italiani per finire nelle fauci del cagnolino animalista!… quasi sempre in maniera indiretta, senza quasi che ce ne accorgiamo: non e’ infatti riscontrabile un trasferimento diretto di tutti i miliardi di euro citati dalle casse dello Stato a quelle delle associazioni animaliste, ma di fatto lo Stato, noi Italiani, quei soldi li spendiamo, e non certo per risolvere i problemi (quello del randagismo e’ solo il caso piu’ lampante). Altrettanto di fatto, le associazioni animaliste incassano cosi’ tanti soldi da potersi permettere di investirne buona parte in campagne mediatiche professionali a tutti i livelli ed azioni di lobbing presso i decisori, azioni che sono sempre ben mascherate dietro al cagnolino, ma che di fatto sono finalizzate le prime ad incrementare direttamente le entrate, le seconde a creare le condizioni per favorire le prime (non credo che deviando il flusso dei soldi dalle associazioni animaliste verso altri enti si risollevi il PIL dell’Italia)

E va inoltre considerato che molte di queste azioni sono tese a rendere difficile, insostenibile, l’aprire e il far funzionare le attivita’ economiche normali con gli animali (e’ una strategia quella di creare i problemi per poi proporre le proprie soluzioni), con incalcolabili danni per l’economia, l’occupazione e la crescita di cui tanto avremmo bisogno… Ma di questo parleremo in altra occasione…

Al momento ci accontentiamo che chi ha avuto la pazienza di leggere tutto il pezzo e fare due conti, si ricreda se pensava fossero marginali gli interessi che si celano dietro alle associazioni e alle politiche del cagnolino… e magari si incazzi un po’!…(il vero problema è che dietro tutte le politiche si possono celare interessi di parte e vorrei chiudere con una semplice constatazione: ogni forma di crudeltà perpetrata sugli esseri viventi non può essere usata per spostare flussi di denaro da….a…..).

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