Impatto ambientale: la carbon footprint non basta più

Dobbiamo abituarci ad inserire nel nostro vocabolario delle parole nuove e capirne bene il significato per imprimerci bene in mente il concetto di sostenibilità nel suo complesso e nell’ampio spettro delle sue applicazioni.

Ed eccoci a spiegare cosa sia la carbon footprint. Essa è uno strumento di misura dell’impatto ambientale dei prodotti e dei servizi più utilizzati negli ultimi anni, se non il più utilizzato, e su cui si sono concentrati accesi dibattiti scientifici.

Il fine è quello di rilevare “l’impronta di carbonio” (letteralmente), cioè la quantità di anidride carbonica equivalente emessa per la realizzazione di specifici processi (in pratica i “gas ad effetto serra”). Questo indice o indicatore di impatto, sotto forma di etichetta ambientale, viene però spesso utilizzato come strumento di marketing: le aziende, dichiarando la propria impronta carbonica,pubblicizzano la loro sostenibilità ambientale, consce del potenziale vantaggio competitivo che ne può derivare.

L’ intento è buono, anche se inserito nell’ambito di una strategia marketing. L’immissione di anidride carbonica da parte delle attività umane è la causa principale del rapido surriscaldamento che il nostro pianeta sta conoscendo nelle ultime decine di anni; un problema di livello globale che ha catalizzato le preoccupazioni tanto dei climatologi quanto dei cittadini.

Il fatto è che concentrare l’attenzione sull’emissione dei soli gas serra derivanti dai processi produttivi è riduttivo, e rischia di far sembrare semplicistico un sistema che in realtà può essere anche molto complesso. L’elenco degli inquinanti che possono essere immessi nell’aria è lungo: gli ossidi di azoto e di zolfo, dell’ammoniaca, del particolato fine e grossolano, di altri composti organici volatili (precursori dell’ozono), del monossido di carbonio ecc.

E certo non tutto è circoscritto all’inquinamento atmosferico. Lo sversamento di inquinanti nelle acque, l’accumulo di rifiuti solidi e il consumo di risorse sono soltanto alcuni dei fenomeni da considerare nell’ambito di una valutazione ambientale, oltre alle emissioni in atmosfera.

Anche se meno conosciuti, esistono molti altri indicatori di danno ambientale che possono integrare la carbon footprint per fornire una visione più ampia e completa dell’impatto che prodotti e servizi possono avere sull’ecosistema. Alcuni di questi sono abbastanza conosciuti e anche utilizzati da alcune realtà produttive, anche se il loro impiego effettivo come strumento di marketing non è ancora radicato: si tratta della water footprint e dell’ecological footprint.

La prima (impronta idrica) è un indice del consumo di acqua dolce, che comprende sia l’uso diretto che indiretto di questa risorsa lungo la filiera produttiva; è calcolato come somma di tre contributi, denominati acqua blu, acqua verde e acqua grigia.

La seconda (impronta ecologica) quantifica l’area totale di terra e acqua necessaria a fornire tutte le risorse utilizzate e ad assorbire, in maniera sostenibile, tutte le emissioni prodotte.

Una nota azienda italiana ha recentemente reso noto un modello che le prende inconsiderazione tutte e tre queste tre impronte che valutano l’impatto ambientale di alimenti e bevande. Benchè ampli la visione rispetto al solo utilizzo della carbon footprint, non è ancora in grado di fornire una valutazione razionale e integrata dell’impatto ambientale.

In prims perché non è coerente valutare per tutti i prodotti alimentari e tutte le bevande, che talvolta presentano differenze rilevanti tra di loro, gli stessi 3 indicatori di impatto; sarebbe necessario identificare, per ogni prodotto, gli indicatori più opportuni per rilevanza e criticità.

Inoltre questi 3 indicatori si esprimono con unità di misura completamente diverse, che rendono difficoltosa una sintesi globale dell’impatto.

Quale soluzione allora? Beh, una sarebbe lo svolgimento dei cosiddetti studi LCA (Life Cycle Assessment), cioè la valutazione del ciclo di vita. Questo è un metodo che analizza il processo produttivo lungo tutte le sue fasi, dall’estrazione delle materie prime fino allo smaltimento del prodotto finito (“dalla culla alla tomba”), senza tralasciare nulla di ciò che può essere potenzialmente significativo ai fini di un’analisi di impatto ambientale.

I risultati dello studio LCA possono si possono esprimere sotto forma di diverse categorie di impatto, che variano in base al metodo di valutazione scelto e impostato. Gli indicatori in output possono essere molti, quindi è possibile conoscere il carico ambientale di un prodotto o un servizio in modo integrato, e non sotto un’unica prospettiva.

I risultati ottenuti, possono essere elaborati per divenire oggetto di etichettatura ambientale, ed essere quindi utilizzati in comunicazione nell’ambito di una strategia di marketing. Gli studi LCA permettono perciò di ottenere una valutazione “multicriterio”, ossia un’etichetta che illustra più di un indicatore di impatto, consentendo di misurare in modo più ampio gli effetti che un processo produttivo può avere sull’ecosistema. Questi indicatori possono anche essere successivamente aggregati in un unico indicatore globale, in grado di riassumere, con una sola valutazione su scala numerica o verbale, il posizionamento ambientale complessivo del prodotto.

L’approccio multicriterio ha iniziato a diffondersi soprattutto in Francia, a seguito dell’avvio del Programma ambientale del Governo francese “Grenelle II”, durante il quale è stato previsto un periodo sperimentale di 1 anno per sviluppare vere e proprie etichette ambientali sui prodotti di largo consumo.

Uno dei criteri base per la loro realizzazione è stata, appunto, l’applicazione dell’approccio multicriterio; un’evoluzione rispetto all’usuale carbon footprint, ampiamente diffusa anche oltralpe. Con questa iniziativa la Francia si è definitivamente posta alla guida dell’Unione Europea sulle tematiche della comunicazione ambientale e in particolare del labelling on pack.

Condividi questo articolo: 




 

Altre Notizie