L’Aurora dell’anno, il sorbo

Il Sorbus aucuparia (aucupium, uccellagione) ha i fiori bianchi il cui sentore ricorda il biancospino e bacche color corallo che maturano a Settembre. Queste bacche sono una vera ghiottoneria per gli uccelli che ne però ne eliminano il nocciolo perchè indigeribile, aiutando così la dissemina naturale della pianta.

Noi invece li possiamo consumare cotti o secchi, oppure se ne può ottenere una salsa particolarmente indicata per accompagnare i piatti di selvaggina e una bevanda ricchissima divitamina C che un tempo curava lo scorbuto.

Il Sorbus domestica è meno fascinoso e forse meno bello, ha frutti dicolore bruno porporino che in tempi andati erano prescritti contro le coliche grazie all’elevato contenuto di acido malico. Era tradizone francese e piemontese incorporare questi semi alla pasta del pane, mentre nell’antichità dopo aver fatto fermentare i frutti con il grano, se ne ricavava una bevanda simile al sidro che i Romani chiamavano cerevisia.

Le sorbe hanno anche ispirato un’esclamazione di sorpresa: “Sorbole!”. Il sorbo degli uccellatori, diffuso in zone montane e submontane, è considetato una pianta ornamentale per la sua bellezza, sulle strade e nei giardini, dove il suo fogliame rado lascia spazio all’erba di crescere. E’ un albero che simboleggia la rinascita della luce dopo le tenebre del solstizio.

Infatti nel calendario arboreo dei Celti dava il nome alm ese compreso fra la terza decade di Gennaio e la metà di Febbraio, propio in cui cadeva una delle feste autunnali, quell a che da noi si chiama Candelora: una festa che celebrava l’inizio del periodo in cui il sole cominciava a scaldare la terra.

Dato che il 2 Febbraio era la festa di Santa Brigida, nome che evocava la celtica Brigit, la Dea bianca, la Triplice Musadel risceglio della vita, colei che genera e riassorbe la vita, al sorbo si poteva anche ricorrere per ottenere la morte. Si racconta che nell’antica Irlanda un palo di sorbo conficcato nel cadavere di un cane ne immobilizzava il fantasma; mentre nella saga di Cuchulainn tremegere infilzavano con bacchette di sorbo rosso un cane, animale a lui sacro, per procurare la morte dell’eroe.

I Celti, consideravano il suo frutto, come la mela, nutrimento degli dei e come amuleto contro i fulmini e i sortilegi; si diceva che un frustino confezionato con il suo legno bastasse per dominare una corsa di cavalli stregati. Dal sorbo si ricavava anche “la mano della strega”, che serviva a scoprire i metalli.

In Scozia e in Scandinavia si usavano i suoi rami per scacciare i demoni e i loro rappresentanti sulla terra, gli stregoni. Nell’antica Irlanda, prima di una battaglia i Druidi accendevano fuochi con legno di sorbo e lanciavano incantesimi sopra di essi, chiedendo agli spiriti di partecipare alla battaglia. Per costringere i demoni a dare loro delle risposte, sparpagliavano su una pelle di toro tanti suoi rametti, usanza che ha dato originead un detto irlandese “Camminare sui rami della conoscenza”, che appunto significa aver tentato di tutto per avere una informazione.

In un antoco romanzo irlandese Tàin Bò Fraoch (La razzia della mandria di Fraoch) le bacche magiche del sorbo, custodite da un drago, avevano la virtù nutritive di nove pasti, risanvano le ferite e aggiungevano un anno alla vita di un uomo.

Comunque nei paesi nordici il sorbo degli uccellatori, il cui magico legno veniva usato per fare i bastoni dei pastori, che aveva anche la funzione di proteggere il bestiame dalle epidemie. Presso i Finni era considerato addirittura l’Albero della vita e, si favoleggiva che fosse stato abitato dalla ninfa Pihlajatar.

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