Occhio alla dieta, dimagrire fa bene al corpo ma rende tristi e insoddisfatti

Più magri, più belli, più sani, ma tendenti alla depressione, tristi e qualche volta insoddisfatti. Sembra che chi perde più del 5% della propria massa corporea è più sano, ma a maggior rischio di avere l’umore ‘a terra’. Lo conferma uno studio pubblicato su ‘PLoS One’.

Gli ultimi decenni hanno visto crescere l’obesità da un lato e dall’altro il radicalizzarsi dell’ ideale di magrezza come icona di bellezza ideale. Conseguenza ne è stata una crescita smisurate di persone che cercano di perdere peso. E’ stato stimato che, negli Stati Uniti, la percentuale della popolazione che sta cercando di ridurre il proprio peso è compresa tra il 25% ed il 40%. In Italia la percentuale si attesta intorno al 34%.

Da notare che in queste cifre non rientrano sempre persone in sovrappeso o obese, dobbiamo considerare anche coloro che sono normopeso o addirittura sottopeso. I motivi che inducono a cercare di ridurre il peso corporeo sono diversi: alcuni lo fanno semplicemente per migliorare l’aspetto fisico; altri per evitare di sviluppare malattie associate al sovrappeso e all’obesità; altri ancora perché, essendo discriminati per l’eccesso di peso, pensano di ottenere una maggiore accettazione da parte degli altri.

Per la perdita del peso corporeo ci sono numerosi strumenti a nostra disposizione: il metodo principe è la dieta, seguito dall’esercizio fisico, dalle tecniche psicologiche per la modificazione del comportamento e il trattamento farmacologico. Ma non tutti però ricorrono all’aiuto degli esperti ci sono anche coloro che preferiscono il “fai da te”, come limitare le porzioni, mangiare più frutta e verdura, o incrementare l’attività fisica; altri, invece, comportamenti “non salutari”, come digiunare o saltare i pasti; altri ancora comportamenti che possono essere considerati “patologici”, come provocarsi il vomito dopo aver mangiato o fare abuso di diuretici e lassativi.

Detto questo, vediamo quali sono le conseguenze psicologiche relative alla perdita di peso prima negli obesi, poi nei normopeso.

In chi è obeso è sufficiente anche una modesta (10-15%) riduzione del peso corporeo per avere effetti positivi sulla salute fisica. Ma più complessa è la situazione che riguarda gli effetti a livello psicologico. Infatti, nei programmi clinici in cui viene applicata una restrizione calorica, si ha un andamento a due fasi. Nella prima si ha immediatamente un miglioramento dello stato dell’umore generale, ma in seguito, si presentano una serie di reazioni negative.
Quest’andamento è determinato dal fatto che molti obesi iniziano la loro dieta dimagrante essendo già in una condizione d’insoddisfazione e di depressione; quindi, l’iniziale successo nel calo di peso comporta un netto miglioramento del tono dell’umore. Nel momento in cui, però, il calo di peso tende ad arrestarsi, subentra la delusione, che spinge molti a considerare fallita la dieta, e si fa largo uno stato di depressione e sfiducia in sé stessi. La delusione è quasi sempre frutto di aspettative troppo elevate di riduzione del peso e, perciò, impossibili da raggiungere.

Nei normopeso che si sottopongono ad una forte restrizione calorica, le reazioni psicologiche differiscono da quelle descritte per gli obesi, e sono caratterizzate, oltre che da sbalzi d’umore, depressione, ansia, irritabilità e rabbia, da una sensazione di perdita di controllo che porta a vere e proprie abbuffate, soprattutto in presenza di cibi attraenti (per esempio quelli proibiti durante la dieta).

Prima di cominciare un qualunque programma di riduzione del peso corporeo, sarebbe opportuno sottoporsi ad un’attenta analisi dei rischi e dei benefici, sia dal punto di vista medico, che psicologico. La valutazione dovrebbe essere fatta da specialisti in medicina, nutrizione e psicologia. Una volta stabilito se sia opportuno o meno per una persona iniziare un programma di riduzione del peso corporeo, è importante anche individuare, quale metodo utilizzare, quando è bene intervenire e quanto peso può essere ragionevolmente perduto.

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