Riscaldamento globale: il mistero del calore perduto

Il primo principio della termodinamica postula che l’energia di un sistema isolato non si crea, né si distrugge, ma si trasforma passando da una forma di energia all’altra: si tratta della famosa legge di conservazione dell’energia, praticamente un pilastro su cui è fondata tutta la teoria della termodinamica.

Ecco perché sono ormai diversi anni che gruppi di scienziati in tutto il mondo continuano ad interrogarsi ed a polemizzare per capire dove vada a finire tutto il calore immagazzinato dalla costante produzione di gas serra che continua a catturare sempre più calore solare sulla superficie terrestre: questo ha prodotto per un certo periodo un riscaldamento globale, ma dopo i picchi di temperatura raggiunti nel 1998 il clima è poi rimasto sostanzialmente stabile senza risentire del progressivo riscaldamento previsto a causa della crescente produzione di gas ad effetto serra. Sono 16 anni quindi che gli studiosi danno la caccia al calore perduto e le teorie si sono avvicendate nel tempo.

Secondo alcune ipotesi la spiegazione sarebbe stata da ricercare nelle correnti dell’oceano Pacifico con la ciclicità dei cosiddetti fenomeni di “El Nino”, altre e fantasiose ipotesi hanno chiamato in causa fenomeni solari e perfino fonti di inquinamento provenienti dalla Cina, ma le ricerche più recenti depongono per una responsabilità degli oceani nel nascondere questo calore in eccesso che al momento non si rileva in superficie.
Lo studio più recente pubblicato su “Science” è stato condotto presso la Università di Washington da Ka-Kit Tung, secondo cui la principale responsabilità nel nascondere il calore è dell’Oceano Atlantico piuttosto che del Pacifico: il calore “scomparso” infatti verrebbe immagazzinato nella profondità dell’oceano grazie a variazioni delle correnti oceaniche caratterizzate da una specifica ciclicità, grazie ad un meccanismo legato alla densità delle acque che raggiungono le latitudini più alte.

Secondo la teoria di Tung quando le correnti oceaniche sono lente le acque provenienti dalle latitudini equatoriali restano esposte più a lungo a temperature calde ed hanno più tempo per evaporare ed aumentare quindi la propria salinità: queste acque “pesanti” affonderebbero rapidamente una volta raggiunte le latitudini più alte, portando con sé una maggiore quantità del calore immagazzinato; quando le correnti invece sono più veloci, le acque meno concentrate in sali, restano più a lungo in superficie, una volta raggiunte le latitudini alte e tendono a sciogliere i ghiacci.

Insomma noi saremmo in una fase di lenta corrente oceanica tale da consentire un maggiore accumulo di calore nel fondo dell’oceano, ma questa situazione non è destinata a durare per sempre, secondo Tung ed il riscaldamento si farà sentire non appena la corrente diverrà più veloce. Naturalmente non tutti gli scienziati del settore condividono queste ipotesi e fino alla riprova dei fatti il mistero del calore perduto rimane.

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