Allarme dei Geologi: il 12% dei territori italiani registra frane, cedimenti o liquefazioni del suolo

“I primi dati degli studi di microzonazione sismica effettuati su 791 Kmq di località abitate, confermano che  in Italia, quasi la totalità dei territori analizzati presenta potenziali amplificazioni forti ed una buona percentuale, ben il 12 %, presenta anche fenomeni di instabilità come frane e liquefazioni in caso di sismi intensi.  E’ la prova provata di quanto i geologi predicano da tempo: la grande vulnerabilità sismica italiana deriva anche da progettazioni basate su classificazioni sismiche di arcaica concezione”.

“Dal 2011 ad oggi,  sono stati programmati  studi di Microzonazioni Sismiche, soprattutto di primo livello, per 1660 comuni, di cui circa 500 già eseguiti e validati. I primi dati che ci giungono da questi studi di microzonazione sismica, confermano che la quasi totalità dei territori italiani, per loro costituzione geologica e morfologica, è realmente predisposta a dare, in occasione dei sismi intensi, amplificazioni sismiche locali e diffusi fenomeni di instabilità locale, quali frane e liquefazioni”.  Lo ha reso noto Giovanni Calcagnì, Consigliere Nazionale dei Geologi, alla vigilia dell’importante conferenza stampa nazionale dei geologi, in programma Mercoledì 10 Settembre a San Benedetto del Tronto.

“È chiaro che questo è solo un inizio, considerando i circa 4900 comuni italiani classificati a più alta sismicità (Zone sismiche 1-2-3) – ha proseguito Calcagnì –  e tenendo presente che sarebbe necessario giungere alla microzonazione di 2 e 3 livello di tutti i suddetti comuni classificati sismici. Ed infatti dei circa 51milioni di italiani che vivono in tali zone sismiche – di cui 26 milioni in zone ad altissimo rischio (Zone 1 e 2) e altri 25 milioni in zone a medio rischio (Zona 3) – attualmente solo il 5% circa vive in zone già microzonate.  Ben 761 Kmq di località abitate sono stati sottoposti a studi di Microzonazione Sismica e solo il 5% circa potenzialmente non presenta fenomeni di amplificazione locale, mentre l’83% presenta potenziali amplificazioni più o meno forti ed il restante 12% amplificazioni e contemporaneamente fenomeni di instabilità cosismiche, quali, appunto, frane e/o liquefazioni e cedimenti”.

Ben 600 geologi arriveranno da tutta Italia per partecipare alla Convention nazionale in programma al Palariviera di San Benedetto del Tronto l’11 ed il 12 ma il 10 Settembre sarà il Consiglio Nazionale dei Geologi, in conferenza stampa ad annunciare le proposte per la messa in sicurezza del territorio e degli edifici ma anche per il rilancio dell’Italia.
Rivedere le classificazioni sismiche

“Oggi dunque iniziamo ad aver finalmente su larga scala, quella nazionale, e con buona sicurezza statistica, la prova provata di quanto i geologi predicano da tempo, ovvero  – ha continuato Calcagnì – che la grande vulnerabilità sismica italiana deriva solo in parte da carenze costruttive (edificato vecchio e sismicamente debole, a volte frutto di abusivismo e/o pressappochismo costruttivo). Essa infatti deriva anche da progettazioni basate su norme sismiche che, nel tempo, hanno sempre fatto riferimento a classificazioni sismiche di arcaica concezione, in quanto sempre fondate su macrozonazioni a volte già vecchie e inadeguate al momento della loro emanazione per un determinato territorio, e che non hanno mai ben considerato l’approccio locale, delle condizioni geologico-sismiche del singolo territorio e del singolo sito su cui si progettava l’opera.
Ben 36 zone sismogenetiche in Italia

“Nel territorio italiano sono state ricostruite dall’INGV (Istituto Nazionale Geofisica e Vulcanologia) ben 36 diverse zone sismogenetiche. Sul nostro territorio – ha dichiarato ancora Calcagnì –  vi è diffusa presenza di faglie attive da cui periodicamente si originano sismi a cinematica sia compressiva, che distensiva che trascorrente. La faccenda dunque è assolutamente seria. L’Italia è un Paese sismicamente molto pericoloso”.
Italia tra superplacche africana ed euroasiatica
“La pericolosità sismica italiana è molto forte soprattutto nei territori appenninici  – ha dichiarato Calcagnì – ma anche nelle altre zone, ed è causata essenzialmente dalla particolare posizione geostrutturale della nostra  penisola, collocata in pieno nelle zone orogenetiche attuali tra le superplacche africana ed euroasiatica; dalla sua relativa “giovinezza” geologica e morfologica; dalla sua diffusa “fragilità” litologica per la grande presenza, in appennino, di sedimenti terrigeni spesso caoticizzati dalla loro travagliata genesi ed in pianura da sedimenti spesso soffici e in falda”.

In Italia dal 1968, 5000 morti e 150 MLD di euro spesi in post-emergenza.
“Dal 1968 ad oggi 5000 morti, 500.000 senza tetto, e 150 MLD di euro spesi in soli 40 anni per la post – emergenza. Di contro – ha concluso Calcagnì – in prevenzione sismica, lo Stato ha investito 300 milioni di Euro dal 1986 al 2003 e 750 milioni dal 2003 al 2010. Solo dopo il sisma dell’Aquila si è notata una certa inversione di tendenza.
Bisogna iniziare a pensare a nuove forme, più moderne, analitiche e “locali”, di classificazione sismica dei territori italiani. È arrivato il momento di portare avanti una nuova e moderna prevenzione con lo sviluppo ed il successivo recepimento – nella pianificazione urbanistica, nei piani comunali di protezione civile, nei piani di ricostruzione per le zone colpite dai sismi, nelle norme sismiche – di microzonazioni sismiche sempre più di dettaglio e quindi di livello elevato, e di analisi di risposta sismica locale per i singoli interventi. Per questo occorrono grande consapevolezza, perseveranza, risorse economiche adeguate e molta più geologia sismica locale”.

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