Ebola, quando finirà? Ecco le previsioni

Per fare le previsioni sullo sviluppo e il decorso di un’epidemia, si fa ricorso ad una disciplina che si chiama epidemiologia computazionale.
Uno dei nostri cervelli in guca, il fisico italiano Alessandro Vespignani, che lavora alla Northeastern University, spiega di che cosa si tratta e quali sono le proiezioni sull’epidemia per la fine di settembre. Le previsioni non sono buone e il rischio che Ebola arrivi in Italia è del 5%.

Allora quando si fermerà l’epidemia di Ebola? Quanti morti dobbiamo ancora aspettarci? Quanti contagi? Sono domande che tutti noi ci facciamo leggendo le notizie allarmanti provenienti dall’Africa, ma è quanto si chiedono anche le varie agenzie internazionali.
Chi si occupa di fare queste previsioni non ha risposte tranquillizzanti. «Per l’ultima settimana di settembre prevediamo un numero di casi che va da sei a dodicimila. Probabilmente si tratta di stime conservative» spiega Alessandro Vespignani, docente di scienze computazionali alla Northeastern University di Boston.

Partendo dal presupposto che la velocità di diffusione rimanga ai livelli attuali, in pochi mesi si arriverebbe a numeri inimmaginabili, centinaia di migliaia di casi. «Il tasso di crescita per ora non è cambiato, e i casi aumentano in modo esponenziale. Naturalmente noi speriamo che le nostre previsioni risultino errate».

Abbiamo detto che la disciplina che si occupa di fare previsioni sull’evoluzione dei contagi e l’andamento delle epidemie di malattie infettive si chiama epidemiologia computazionale. Le patologie prese in considerazione da questa disciplina sono infezioni acute come l’influenza, la Mers, la sindrome respiratoria mediorientale che sta preoccupando non poco gli esperti, o appunto Ebola, e quelle croniche come la tubercolosi. La diffusione di queste epidemie viene calcolata in base ai dati sulla mobilità delle persone nel mondo globalizzato, dagli spostamenti aerei alle vere e proprie migrazioni di popolazione.

Sono pochissimi i gruppi di ricerca che, in tutto il mondo, si dedicano a questi studi. Uno è quello guidato da Vespignani, che coordina anche il gruppo di epidemiologia computazionale della Fondazione ISI di Torino. Da metà luglio si occupa delle previsioni riguardanti Ebola.

Il suo lavoro e quello del team del suo laboratorio consiste nello sviluppare modelli numerici per prevedere l’evoluzione dell’epidemia. Si tratta principalmente di un compito di ricerca, ma l’emergenza in Africa ha reso sempre più pressanti le richieste da parte delle agenzie sanitarie di tutto il mondo di previsioni per il mondo reale, e non per scenari virtuali.
«Stiamo lavorando da settimane con il mio gruppo al massimo delle capacità, ma non abbiamo le risorse per gestire questo genere di servizio» confessa Vespignani. Ed è per questo che va da tempo ripetendo alle agenzie che è tempo di creare dei centri ufficiali specializzati, con cui i ricercatori possano collaborare.

Per estrapolare le previsioni sull’andamento dell’epidemia si creano modelli che sfruttano una mappa dettagliata della popolazione a livello mondiale, un reticolo con “maglie” di 10 chilometri di lato con informazioni sul totale degli abitanti per ciascun quadrato e sugli spostamenti delle persone, dai tragitti brevi del tipo casa-lavoro fino a quelli su lungo raggio.

Nel caso di Ebola in Africa, gli spostamenti brevi vengono monitorati principalmente in base alle tracce dei telefoni cellulari. Non è detto che siano del tutto affidabili. «Magari» spiega Vespignani «in ogni villaggio ci sono due o tre cellulari condivisi da tutti gli abitanti». I dati sugli spostamenti a lungo raggio vengono invece dalle compagnie aeree o da quelle ferroviarie. Nel modello vengono poi inseriti i dati sugli individui infetti e la malattia, dai tempi di incubazione alle modalità del contagio. Sulla base di queste informazioni, i modelli forniscono proiezioni. Nel mondo reale sono stati usati per la prima volta nella pandemia del 2009, quella di influenza suina.

ma un altro quesito cui il gruppo di Vespignani ha cercato di dare risposta è sulla probabilità che Ebola esca dall’Africa. «Il rischio di internazionalizzazione c’è. Per l’Italia, che non è ai primi posti come rischio ma è nella lista dei primi venti paesi, lo calcoliamo in circa il 5 per cento. Per paesi come Francia, Inghilterra, Belgio, che hanno collegamenti aerei diretti con i paesi africani dove è in corso l’epidemia, è più alto, nell’ordine del 15-20 per cento».

Quali misure precauzionali? Il timore di un arrivo di Ebola sul suolo europeo (sospettato e poi smentito già alcune volte, di cui l’ultima per un caso in Svezia) ha indotto diverse compagnie aeree a chiudere i collegamenti aerei con i paesi in cui è in corso l’epidemia. Una mossa che potrebbe rivelarsi sbagliata, secondo Vespignani. «Bloccare i voli serve solo a ritardare di due o tre settimane l’eventuale importazione dell’epidemia. In compenso, lo stop da parte di alcune compagnie crea problemi per portare sul posto volontari e infrastrutture, e rallenta gli interventi». Per guadagnare di fatto pochi giorni in quello che alla lunga potrebbe essere un fatto inevitabile, si rischia di avere problemi molto maggiori su un periodo più lungo.

cosa dobbiamo aspettarci? «I numeri reali di contagio sono purtroppo ancora in linea con le previsioni, ma è anche vero che le proiezioni sfruttano dati di inizio agosto, quando invece lo sforzo internazionale per combattere Ebola ha cominciato a intensificarsi da metà del mese in poi». In ogni caso, oltre le due-tre settimane, secondo Vespignani, non ha senso fare previsioni. «Si spera che nel frattempo quello che le organizzazioni stanno facendo sul campo abbia effetto».

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