L’Italia brucia, il debito soffia

Come può l’Italia uscire dall’incubo debito? Le riforme potrebbero non bastare ed in questo caso sarebbero opportune scelte estreme per evitare che il contagio si propaghi all’intero del Continente. I principali problemi risiedono in una stagnazione che ormai dura da 15 anni ed in una posizione finanziaria insostenibile, che si tradurrà in un “default” del debito a meno che non vi sia un cambiamento improvviso e duraturo. Nel caso peggiore, quindi, il futuro dell’Italia nella zona Euro sarebbe in discussione. Uno degli aspetti critici del nostro Paese è rappresentato dalla deflazione del debito, visto che il calo del livello dei prezzi non fa che aumentare il valore reale del debito. Tra il 2007 e il 2013, il rapporto tra il debito pubblico italiano ed il Pil è passato dal 103,3% al 132,6% con previsioni di superamento a breve della soglia del 137%.

Il problema non è solo l’enorme montagna di debito, ma soprattutto la sostenibilità dello stesso visto che l’Italia non è provvista di alcuni elementi chiave per la solvibilità dei suoi oneri: non ha una Banca Centrale nazionale capace di monetizzare il debito o ribassare i tassi domestici, non ha la possibilità di deprezzare la propria valuta locale, non ha la forza di un’economia emergente per crescere a tassi rilevanti e non possiede un denominatore fortemente in crescita capace di far scendere rapidamente il rapporto debito/Pil pur in assenza di nuovo indebitamento.

Replicare la svalutazione del 1992 non è possibile ed i tassi sono ormai prossimi allo zero, pertanto non rimangono altro che due soluzioni: la crescita interna e la potenza di fuoco della BCE. In Italia c’è l’urgente bisogno di riforme, ma esse non riusciranno ad andare in porto semplicemente e gli effetti saranno comunque visibili nel medio termine. La spesa è estremamente alta, il mercato del lavoro non è flessibile, il settore pubblico è inefficiente e ciò basta per capire di essere di fronte ad un apparato logoro ed così obsoleto da ritenere improbabile un miglioramento nel breve tempo, necessario invece per un’inversione di rotta. Pertanto, per correggere i numeri allarmanti in mano al Governo italiano come alle altre Autorità monetarie internazionali, occorre un intervento diretto sul debito in attesa di vedere una crescita costante del Pil e ciò può essere garantito solo dalla BCE.

L’Istituto presieduto da Draghi ha in mente di acquistare una vasta gamma di strumenti di debito, a cominciare dagli asset-backed securities e dai covered bond (già annunciati) per arrivare a strumenti più estremi: con il veicolo della Banca Europea per gli Investimenti si potrebbe lanciare un programma di riacquisto di obbligazioni più esteso possibile. Rimane la considerazione più critica e cioè che per far si che i soldi distribuiti dall’Istituto di Bruxelles alle banche riescano ad alimentare il condotto reale occorrerebbe una situazione più favorevole ed un contesto profittevole, come oggi purtroppo non è.

Difficile pensare ad istituti europei – che detengono sofferenze superiori al trilione di euro a fronte di riserve di poco più della metà – pronti a prestare denaro aumentando il rischio di ritorni negativi e sicuramente incerti. Sperare che la crisi possa essere risolta con il “TLTRO” (“Targeted Longer Term Refinancing Operation”) o con il “Quantitative Easing” europeo, quindi facendo leva ancora una volta sul lato dell’offerta e ignorando la domanda, rischia di illudere ancora una volta gli europei e soprattutto gli italiani, spaventati dalla parola “default” e non del tutto consci dell’incerta solvibilità del proprio Paese. Per ora è sufficiente che l’inversione di rotta economica e finanziaria dell’Italia sia credibile agli occhi della Troika e degli investitori internazionali, probabilmente l’ultimo salvagente rimasto.

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