L’Europa e le sue contraddizioni sociali

Uno studio effettuato dalla fondazione tedesca Bertelsmann Stiftung, in merito alle difficoltà del settore occupazionale in Europa ed alle relative implicazioni sull’evoluzione sociale dei bisogni degli individui, mette in evidenza tutti i problemi del Vecchio Continente, ormai diviso in due anime contrastanti e in difficoltà ad uscire completamente dalla crisi.

La classifica stilata mostra un ampliamento del divario tra Nord Europa e l’area Meridionale (oltre ai Paesi dell’Est) con l’Italia sempre più in basso. L’analisi dedicata alla cosiddetta “inclusione sociale”, e cioè alla capacità di un Paese dell’area a favorire la partecipazione delle persone al mondo del lavoro, vede il Belpaese raggiungere il quintultimo posto (24 su 28 Paesi) con un indice pari a 4,7 (contro il 5,16 registrato nel 2008), mentre gli ultimi quattro posti sono riservati ad Ungheria, Bulgaria, Romania e Grecia, ultima in classifica con 3,57 (4,43 nel 2008) la quale più di tutte ha pagato la crisi del debito europeo, con effetti rilevanti che non consentiranno agli ellenici di ritornare alla crescita nel breve periodo.

Come prevedibili i primi posti sono occupati dai Paesi nordici con il primato segnato dalla Svezia (7,48), seguita dalla Finlandia (7,13) e dalla Danimarca (7,06). La seconda fila, molto prossima ai battistrada, è occupata da Olanda, Repubblica Ceca, Austria e Germania con una media leggermente inferiore a quota 6. Tra i big in difficoltà è importante sottolineare il dodicesimo posto della Francia ed il successivo della Gran Bretagna. Si tratta di due realtà differenti tra loro: la prima non ha effettuato alcuna riforma ed ha un debito rilevante con un rapporto deficit/Pil oltre i parametri, mentre la seconda è priva di un’industria reale portante al di fuori del sistema finanziario, messo oggi in discussione da equilibri sempre più sottili e condizionati da elementi esogeni, il referendum sull’indipendenza della Scozia su tutti.

La frammentazione tra Nord e Sud è l’effetto della crisi, che ha normalmente ampliato le difficoltà del ceto basso, non riuscendo a distribuire equamente i costi conseguenti. Di fatto, in Italia il numero dei poveri è raddoppiato negli ultimi sette anni raggiungendo il 12,4% del totale della popolazione (6.8% nel 2007), una percentuale allarmante e anomala per un paese industriale. Gli altri parametri che spingono il nostro Paese verso il basso della classifica sono le politiche di prevenzione della povertà, l’agevolazione all’ingresso al mercato del lavoro e l’equo accesso all’istruzione, capaci di mostrare interamente l’arretratezza del nostro apparato socio-economico e la mancanza di riforme appropriate.

Ciò che, comunque, risalta dall’analisi dello studio è un peggioramento per l’intero Continente e quindi anche per i Paesi più virtuosi e ciò a causa delle rigide politiche di austerità imposte dalle Autorità e dell’obbligo per le aree maggiormente in crisi a dover sostenere il macigno di riforme strutturali, i cui benefici paiono minimi rispetto agli effetti negativi sulla sostenibilità economica e sociale della popolazione.
Si tratta, pertanto, di un’aperta critica all’operato dell’UE – con il Governo tedesco in testa – in uno dei periodi più bui della sua storia, con conseguenze ancora oggi ampiamente riscontrabili. La politica del rigore, oltre a non aver dato apporto cospicuo ai conti pubblici, ha bloccato la crescita ed i consumi ed ha creato una sorta di frattura sociale tra i suoi interpreti più rilevanti: gli Stati più virtuosi continuano a dare le colpe ai Paesi che negli ultimi anni sono stati più riluttanti a rispettare le regole imposte, mentre la popolazione, soprattutto quella più oberata – la Grecia è l’emblema di questo disagio – continua a mostrare scetticismo verso i governanti, le linee politiche e il concetto obsoleto di “Unione”.

Oggi, oltre a dover registrare continue pressioni, in un verso e nell’altro, sulle scelte della Banca Centrale Europee, si assiste ad un crescente incremento degli oppositori all’intero sistema. La Scozia sta per votare per decidere il suo distacco dalla Gran Bretagna, a breve il crescente desiderio di separazione verrà discusso in Spagna tra Governo centrale e Catalogna ed altri venti di scissione sono pronti a soffiare con maggiore veemenza.
Il futuro dell’Europa è appeso, quindi, ad un filo sottilissimo, su cui oggi camminano in equilibrio i riluttanti tedeschi, gli scettici inglesi e tanti altri Paesi frustati e depauperati della propria ricchezza economica e soprattutto sociale. Sarà difficile trovare in mezzo a tanto rumore la giusta stabilità, senza la quale l’Europa, “culla del Rinascimento”, sembra pronta ad un’irreversibile implosione.

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