Le pianticelle di Venere

I botanici dedicarono a Venere diverse pianticelle. Prima fra tutte lo spillettone, o pettine di Venere (Scandix pecten-veneris), un’erba infestante dei campi che, una volta abbastanza comune nell’Italia cetromeridionale, che sta scomparendo con l’uso massiccio dei diserbanti. Oggi la si trova per lo più sui sentieri e le carraie delle campagne.

Scandix deriva dal greco skàzo, pungo: probabilmente a causa del lungo e appuntito becco del frutto. E’ la pianta che Aristofane cita per burlare il poeta Euripide, rinfacciandogli che sua madre non vendeva nemmeno ortaggi veri, ma il pettine di Venere. C’è anche un’altra specie di Scandix, l’australis, che ha foglie meno tenere e odorose, possiede però la proprietà, secondo Plinio, “di rinvigorire il corpo spossato dall’attività amatoria e di risvegliare la potenza sessuale quando langue per l’età avanzata”.

La seconda pianticella ha un nome altrettanto tenero: è detta ombelico di Venere (Cotyledon umbilicus-veneris). Cresce lungo le coste rocciose dell’Italia meridionale e insulare, ma si trova in tutta l’Europa mediterranea, in Etiopia, in Guinea e nelle isole Canarie. Si attacca alle rocce a picco sul mare e anche alle fenditure dei muri umidi. E’ carnosa, con lefoglie a forma di dischetto e la caratteristica fossetta al centro, dove foglia e picciolo si uniscono evocando l’ombelico della dea.

Non ha proprietà erotiche, come il nome potrebbe suggerire e come sostenevano Ippocrate e Dioscoride che la raccomandavano perchè avrebbe favorito il concepimento. Nella medicina europea antica se ne prescriveva il succo per curare i casi di epilessia ribelle ad altri trattamenti, mentre oggi si usa il cataplasma di foglie fresche tritate come detergente ed emolliente per curare piaghe, calli e ulcere.

Si favoleggia che nel bagno di Venere crescesse per la prima volta l’Agrostemna coronaria o Lychnis coronaria, che poi venne soprannominata Labrum Veneris, giocando sull’omonimia lessicale di bagno e labbbro latino. E’ una pianta perenne con fusti ramificati e i cui fiori sono color magenta-cremisi vivo o bianchi.

Vi è anche la scarpetta di Venere (Cypriprdium) un tipo di orchidea. I fiori portati da fusti eretti, assomigliano proprio ad una pantofola.
Capelvenere (Adiantum capillus-veneris) si chiama infine una piccola felce perchè i piccioli delle foglie sono sottilissimi come capelli. Il nome botanico Adiantum deriva dal greco adìantos, che significa “non si bagna”: le foglie infatti restano asciutte anche se le si immerge nell’acqua e le gocce di pioggia e di rugiada scivolano su di esse senza immbibirle.

Nel XVII secolo lo sciroppo di capelvenere, mescolato con il tè e con il latte caldo, era una bevanda molto apprezzata, chiamata “bavarese”. Il fitoterapia è consigliata come bechico leggermente diuretico, adatto per bambini. Dalla pianta si ottengono anche preparati contro la caduta dei capelli. Nel vocabolario ottocentesco dei sentimenti ha evocato il simbolo della modestia e della discrezione, ma anche del segreto.

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