E se conversione ecologica fosse sinonimo di ripresa economica?

Ed ecco che appena tornati dalla pausa estiva il tormentone degli ultimi 5-6 anni inizia ad affollare i telegiornali, le prime pagine dei magazine, e le conversazioni degli italiani presso i luoghi di lavori, i supermercati e i mezzi pubblici: la crisi economica.
Il dato più preoccupante che affligge il Paese è certamente la disoccupazione dei più giovani che ha toccato nel 2014 livelli davvero impensabili. Gli occupati, infatti, diminuirebbero con un tasso di mille unità al giorno, mentre la disoccupazione globale si attesterebbe nel mese di luglio al 12,6%.

A questo si aggiunge un’economia che, più che essere ferma, pare indietreggiare. L’Istat rende noto che in agosto l’Italia è entrata in deflazione per la prima volta da oltre mezzo secolo con una variazione del Pil compreso tra +0,2% e -0,2%. Certo, anche altri paesi europei, Germania compresa, appaiono in difficoltà, ma il trend negativo del sistema economico italiano sembra davvero non conoscere alternativa.

Eppure leggendo le dichiarazioni della classe dirigente italiana non si riesce a comprendere quale possa essere il progetto di ripresa. “L’Italia sta vivendo al di sopra dei propri mezzi e in questo modo riducendo la propria ricchezza: c’è bisogno di misure anche dolorose che ci riportino alla crescita”. Così il presidente della Confindustria, Giorgio Squinzi, ha proprio in questi giorni commentato i dati economici italiani.

Forse dietro la parola progetto si nasconde la difficoltà di un paese a programmare il proprio futuro verso obiettivi comuni capaci di andare tanto nella direzione del benessere, quanto del rispetto del creato. La redazione di Impronta Unika in più di un’occasione ha dato notizia di esempi concreti in cui l’occupazione e il lavoro sono stati tutelati proprio da un riscoperto atteggiamento verso l’ambiente e la natura di cui anche l’uomo stesso fa parte (l’acciaieria di Linz in Austria, per esempio).

Non a caso la parola “ecologia” contiene l’espressione greca “oikos”, “casa” o anche “ambiente”: a testimonianza di come l’ambiente naturale veniva inteso come un tutt’uno con l’organizzazione umana, attività economiche comprese. L’ambiente naturale era la casa dell’uomo. L’idea che l’ambiente naturale sia un elemento terzo rispetto all’uomo e ai suoi affari arriva solo nell’epoca industriale. Ed ecco dunque che, stupidamente, business e tutela del creato seguono due strade sempre più parallele e contrapposte.

Ma cosa c’entra l’etimologia della parola ecologia con la ripresa economica dell’Italia? C’entrano eccome! Nello scenario socio-economico attuale potrebbero essere davvero utilizzati, con una buona dose di coraggio, come sinonimi. Del resto la parola conversione ecologica non è una parola nuova e già da diversi anni è utilizzata per descrivere una strategia per risanare società ed economia partendo dalla tutela dell’ambiente. Uno dei primi a utilizzare questo termine fu Alexander Langer, tra i massimi fautori del pensiero verde in Italia e in Europa.

La grande intuizione di Langer fu quella di discostarsi dalla visione classica di un ambientalismo troppo staccato dai bisogni delle persone e dal tessuto socio-economico, proponendo di fatto quello che oggi viene indicato come green economy. Un termine che se da un lato appare in quantità enormi in magazine, blog e mezzi di comunicazione, dall’altro sembra ancora un concetto troppo astratto soprattutto tra imprenditori, politici e classe dirigente. Gli esempi non mancano. Anzi, sono numerosissimi. Accanto all’acciaieria di Linz in Austria (dove la disoccupazione non supera il 4% e la qualità dell’ambiente è eccellente) vanno citati i casi di Bilbao in Spagna e Pittsburgh negli Stati Uniti d’America.

Sebbene l’intervento pubblico sia stato determinante, nella cittadina basca, per esempio, la bonifica è stata la prima tappa che ha consentito alla zona industriale di essere spostata in un’area più adatta. Il vicino fiume è stato “convertito” in una infrastruttura, individuando per le sue sponde delle nuove attività, prevalentemente a carattere culturale.
E in Italia? Bonifiche, ristrutturazioni del costruito, prevenzione del dissesto idrogeologico potrebbero essere solo i tre principali filoni di lavoro attraverso cui generare nuova ricchezza e dare nuovi posti di lavoro, magari proprio a quei diplomati e laureati in ambito tecnico-scientifico su cui le famiglie italiane hanno tanto scommesso.

Tre punti su cui sviluppare una politica industriale tutta italiana in grado di valorizzare i talenti nostrani e al tempo stesso dare lustro al “made in Italy”. Fantascienza? Idealità prive di fondamento?
No! Su scala europea la crescita annuale dell’occupazione in ambito “green” è stata del 2,7% dal 2000 al 2008. In Italia, le aziende che hanno scommesso sulla green economy sono aumentati di recente di un milione di unità. Le aziende amiche dell’ambiente fanno registrare numeri da capogiro: maggiori esportazioni, più innovazione, più efficienza e più occupazione proprio tra i cittadini più istruiti.
Insomma, l’ambiente conviene e la conversione ecologica del sistema Italia sembra sempre di più l’unica strategia vincente. Sapremo coglierla?

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