Il 2,5% delle spese militari mondiali basterebbe per salvare la biodiversità del pianeta

Ci sono belle notizie o forse solo mezze buone notizie. La buona notizia viene dai dati crescenti: le aree protette nel mondo sono aumentate numericamente nell’ultimo decennio con un +58% e in termini di estensione con un +48%. Ma a renderla mezza buona è che soltanto un’area su quattro è gestita correttamente.  Ad aggravare la situazione si sottolinea che metà dei siti più importanti del mondo in termini di biodiversità restano privi di protezione.

La biodiversità è una delle prioritá tra le sfide verdi globali e per salvarla servirebbero dai 45 ai 76 miliardi di dollari l’anno. Cifra che basterebbe a gestire le oltre 200 mila aree protette del Pianeta. In tempi di crisi possono sembrare spese folli, eppure si tratta di appena il 2,5% delle spese militari mondiali. I dati provengono dall”’International Union for Conservation of Nature (Iucn) che termina oggi il World Park Congress, principale punto di riferimento su conservazione e gestione delle aree protette nel mondo.

È durato una settimana il congresso e hanno  partecipato oltre 5000 delegati, fra cui cinque leader nazionali, 14 ministri dell’Ambiente e 17 capi di Ong. Tra i presenti anche il direttore generale del Wwf, Marco Lambertini. Il World Park Congress, ha cadenza decennale, il primo meeting avvenne nel 1962.  Tutti ricordano quello sostenuto nel 2004, aperto in Sudafrica da Nelson Mandela. Il cuore della settimana ha riguardato la formulazione di un documento – una sorta di agenda globale per la conservazione e per lo sviluppo sostenibile – nominato “La promessa di Sydney“.

Julia Marton-Lefèvre direttrice generale dell’IUCN, ha dichiarato quanto i leader mondiali  “non vedono come essenziale per l’umanità proteggere la natura”. Chi pensa che proteggere la natura riguardi solo un fatto estetico o una “fissazione da ambientalisti” ignorano forse che il pianeta con i suoi 7 miliardi di persone che si avvia verso i 9 miliardi, senza la biodiversità (quindi gli ecosistemi intatti e funzionanti) non avrà in futuro acqua, cibo e medicine.

Da Katrina in poi sappiamo con chiarezza che la perdita di biodiversità equivale a disastri come uragani e tsunami.

Al centro del congresso si è discusso anche dei target della Convenzione Aichi sulla biodiversità, firmata nel 1992 da 193 nazioni, la quale prevede di proteggere entro il 2020 almeno il 17% delle aree terrestri del mondo e il 10% di quelle marine. Un’analisi di quest’anno identifica 543 casi di “degrado, riduzione di area e declassificazione” di aree protette in 57 paesi, per una superficie di oltre 500 mila kmq. Nel meeting sono stati protagonisti i giovani professionisti – scienziati, ricercatori e decision maker – a cui sono stati dedicati diversi interventi, dibattiti e workshop. L’ecologa marina Mariasole Bianco, fondatrice dell’associazione no profit Worldrise, ha guidato un ‘ritiro’ nei quattro giorni precedenti al congresso con trenta ragazzi provenienti da 18 paesi diversi.

Il gruppo dei 30 ha stilato una ‘Dichiarazione dei giovani professionisti’, volta a indicare ai vertici delle associazioni ambientaliste di tutto il pianeta le linee guida per coinvolgere la generazione che loro stessi rappresentano nella tutela dell’ambiente. Al congresso sono state anche presentate le due nuove mappe di Google Ocean, l’equivalente di Google Map ma versione marina, che illustrano la Grande barriera corallina australiana e i fondali della baia di Sydney. Google Ocean è uno strumento che va incontro ai giovani fornendo loro un’occasione per conoscere e quindi diventare sensibili alla tutela e alla conservazione. D’altronde investire sui giovani è l’unica speranza per salvare la biodiversità così generosa con noi eppure spesso maltrattata.

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