Ebola: il business miliardario dei vaccini è in mano a 4-5 colossi

L’Ebola è una malattia tipica della gente povera nei paesi poveri -dichiara Marie Paule Kieney  assistente alla direzione generale dell’Organizzazione mondiale della sanità – per questo nessuno ha davvero interesse a studiare come combatterla”. E solo ora che il virus è sbarcato in Occidente  è scattato l’allarme rosso, con tanto di ok all’utilizzo di protocolli sperimentali per trattare i malati e con una prima pioggia di fondi pubblici per sostenere le case farmaceutiche più avanti nella strada per arrivare al vaccino.

“Il business dei vaccini è in mano a 4-5 colossi – è la spiegazione di Adrian Hill, professore a Oxford e responsabile del team inglese incaricato da David Cameron di dare la risposta d’emergenza all’epidemia – avremmo potuto stroncare l’ebola da anni. Ma è impossibile perché è un “no business case””. Tradotto in soldoni: inutile sprecare miliardi in ricerca e sviluppo per mettere sul mercato un medicinale che serve a poche migliaia di persone. “Molte delle quali – ironizza Hill – non avrebbero i soldi per pagarlo”.

Se serviva una conferma a questa teoria, basta guardare a Wall Street. Ora che il pericolo Ebola è diventato un incubo globale, i titoli della Tekmira – titolare di uno dei farmaci più promettenti – hanno messo le ali, guadagnando quasi il 50% in poche sedute. Il codice postale, per Big Pharma e per la Borsa, conta più di quello genetico. Il rischio contagio è uscito dall’Africa per diventare planetario. La comunità internazionale – memore della Sars (800 morti, ma danni tra i 40 e gli 80 miliardi al commercio mondiale) – è scesa in trincea togliendo il tetto ai 15 anni sulla sperimentazione e varando aiuti per i prodotti più promettenti. E i giganti del farmaco, follow the money, hanno iniziato a scendere in campo.

È l’amaro destino delle malattie povere. Se non ci sono soldi da guadagnare, nessuno si occupa di curarle. I numeri parlano da soli: secondo uno studio pubblicato da The Lancet, su 336 medicine sviluppate tra 2000 e 2011 per affrontare patologie irrisolte, solo quattro erano per quelle “trascurate”. Tre per la malaria, una per le diarree tropicali. Dei 150mila test di laboratorio approvati nello stesso periodo, solo l’1% si occupava dei virus che non colpiscono i paesi più ricchi. Nel 2012 – ultimo dato disponibile – sono stati spesi 3,2 miliardi di dollari (su 130 totali) per fare ricerca sulle malattie dei poveri. E di questi solo 527 milioni arrivano dall’industria, mentre il resto esce dalle tasche di enti pubblici o fondazioni private. Quella di Bill e Melinda Gates, per dire, ha investito decine di miliardi per affrontare il problema e ha appesa messo 50 milioni per affrontare il caso Ebola.

L’Oms sta cercando da anni di dare risposta a questo problema. Concertandola, come inevitabile, con Big Pharma. Il primo risultato è la Dichiarazione di Londra del 2012: mette nel mirino 17 patologie dei paesi del terzo mondo (malaria, tubercolosi, lebbra, vermi intestinali, non ebola) e vincola i firmatari – tra cui i maggiori colossi del settore e i mecenati come l’ex numero uno di Microsoft – a debellarne entro il 2020 almeno dieci. E qualche risultato è già arrivato: Nigeria e Costa d’Avorio hanno sconfitto definitivamente il verme della Guinea, il Marocco si è liberato del tracoma mentre in Colombia ed Ecuador è sparita l’oncocercosi, la cecità dei fiumi.

L’impegno dei privati, comunque, arriva con il contagocce: l’86% dei prodotti sviluppati ad hoc nasce da accademie e dallo stato. Glaxo-Smithkline, uno dei big più avanti anche sul fronte ebola, ha in avanzata fase di sviluppo una medicina contro la malaria che venderà a prezzo politico, il 5% in più del costo di produzione. Sanofi ha messo a punto un prodotto anti-dengue. Ma vista la rapidità con cui la patologia si sta sviluppando in Occidente non farà sconti a nessuno. Incasso previsto con la vendita: un miliardo l’anno. Il doppio di quanto l’intera industria di Big Pharma investe in dodici mesi contro le malattie povere

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