I danni del sonno perduto: il cervello invecchia rapidamente

Il lavoro notturno comporta un maggior affaticamento psicofisico, sacrifici nella vita di relazione e familiare del lavoratore, può riflettersi sulla mente, creando un’alterazione del naturale ritmo sonno-veglia, riducendo le capacità e la prontezza della mente. Ad affermarlo i ricercatori dell’Università di Swansea (Galles) e dell’Università di Tolosa (Francia), dopo aver monitorato oltre 3 mila francesi sottoponendoli a vari test. I risultati ottenuti, sottolineano i ricercatori, dimostrano che chi per più di dieci anni ha svolto una professione notturna ha una capacità mentale paragonabile a quella di un individuo più vecchio di sei anni e mezzo.

L’orologio interno del nostro corpo, infatti, è progettato per farci essere attivi durante il giorno e dormire di notte. Lavorare quando dovremmo riposare può avere effetti importanti su memoria, velocità di pensiero e capacità cognitiva. Si tratta di caratteristiche che si riducono naturalmente con l’avanzare dell’età, ma i ricercatori spiegano che lavorare in base a turni ‘antisociali’ accelera il processo. Tanto che le persone con 10 anni di turni alle spalle hanno performance tipiche di persone più vecchie di sei anni e mezzo.

Precedenti esperimenti realizzati su cavie da laboratorio, dai ricercatori della University of Pennsylvania School of Medicine, avevano riscontrato la morte del 25 per cento delle cellule cerebrali di alcune zone a fronte di una veglia prolungata. In particolare, gli animali sono stati sottoposti a un ritmo circadiano simile a quello dei lavoratori turnisti, con tre giorni consecutivi in cui il riposo non superava le 4-5 ore nell’arco delle intere 24 ore.

La zona si chiama locus coeruleus (uno dei nuclei del sistema nervoso centrale, è cioè un insieme ben delineato di cellule nervose dalle caratteristiche simili. Si trova nell’encefalo, la parte del sistema nervoso centrale racchiusa nella scatola cranica. Più precisamente, si trova nel tronco encefalico, la zona dell’encefalo che fa seguito al midollo spinale) e in questa regione i topi dell’esperimento hanno riportato una perdita del 25 per cento dei neuroni.

La good news è che, smettendo, i cervelli dei lavoratori hanno recuperato. Anche se ci sono voluti cinque anni. “Si tratta di un sostanziale declino nella funzione del cervello – spiega Philip Tucker, del team di Swansea, alla Bbc online – Dunque è probabile che quando le persone cercano di svolgere compiti cognitivi complessi, possono fare più errori” rispetto ai coetanei. Lo stesso medico confida che non avrebbe fatto i turni di notte “se avessi potuto farne a meno”, ma sono un “male necessario” della società moderna. “Ci sono modi per mitigarne gli effetti”, suggerisce comunque, progettando meglio gli orari di lavoro e istituendo regolari controlli medici, che “dovrebbero includere test cognitivi di performance in cerca di segnali di pericolo”.

 

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