Prima causa di morte nei neonati: le nascite premature

Sembra incredibile, ma la prima causa di morte fra i neonati oggi è la nascita prematura, che si trova in prima posizione, davanti anche alle infezioni. La rivista Science Translational Medicine attira l’attenzione su questo. Il prblema delle infezioni sembra aver trovato la giusta strada grazie ai programmi attuati per introdurre vaccini nei paesi in via di sviluppo, ma le nascite premature? Sono un segnale allarmante e fino ad ora sottovalutato. Ma veniamo ai dati, i neonati che nascono prematuri e cioè prima delle 37 settimane di gestazione sono 1 su 10, ovvero 15 milioni l’anno. Oltre un milione muore nelle prime ore di vita per complicazioni legate alla prematurità, fra cui prblemi respiratori.

Quello delle nascite premature coinvolge sia famiglie ricche che povere, anche se in percentuali e per cause molto diverse. Il tasso più alto di mortalità per nascita prematura (circa 16 decessi ogni 1.000 nascite) si ha nei paesi dell’Africa occidentale, Liberia e Sierra Leone, quelli in cui è in corso l’epidemia di Ebola, per intenderci. Ma il più alto numero di bambini morti perché nati prematuri nel 2013 si è avuto in India (361.000 morti), seguito dalla Nigeria e dal Pakistan. ma ciò che ci si chiede è perché a un certo punto della gravidanza, in alcune donne si innesca il parto prematuro? Gli scienziati non hanno ancora una risposta precisa.
Si conoscono i fattori di rischio, che nei paesi in via di sviluppo e in quelli sviluppati sono completamente diversi. Nei paesi poveri, sono soprattutto le infezioni della madre durante la gravidanza e le condizioni di vita pesanti a contribuire al rischio; in quelli ricchi, invece, influisce l’età sempre più avanzata della madre, l’uso delle tecniche di riproduzione assistita, e fattori come l’ipertensione e l’obesità.

Un terzo dei bambini nasce prematuro, soprattutto nei paesi industrializzati, per “scelta”, quando complicazioni durante la gravidanza, come la pre-eclampsia, rendono preferibile ricorrere a un parto cesareo anticipato. E’ probabile che vi siano fattori genetici che incidono. Però di sicuro di sicuro si sa che le infezioni, anche quelle più comuni, sembrano avere un ruolo nell’innescare il parto prematuro. Addirittura lo stress psicologico della madre, probabilmente in sinergia con altri fattori come l’infiammazione, sembra in grado di dare il via al parto quando non è ancora il momento. Gli scienziati non sanno quali siano i processi biologici in gioco, e che cosa differenzi i meccanismi del parto a termine da quello prematuro. In diversi centri di ricerca si stanno dedicando risorse e attenzione crescente alla comprensione del problema e alle misure di prevenzione. Attualmente si stanno facnedo studi per individuare dei marcatori biologici che, con un esame del sangue o dell’urina, possano individuare in modo più attendibile le donne maggiormente a rischio.

Trent’anni fa, la maggior parte dei bambini nati a 28 settimane di gestazione, dodici settimane prima del tempo, non sopravviveva oltre il primo anno. Oggi, il 90 per cento ce la fa, anche se questa percentuale vale per i paesi sviluppati. La situazione è diversa nei paesi poveri. Per questo, l’editoriale di Science Translational Medicine richiama l’attenzione su diverse tecniche low-cost che hanno dimostrato di essere utili anche in contesti ben diversi dai reparti di terapia intensiva neonatale di un ospedale. La cosiddetta tecnica della madre canguro, che consiste nel tenere il bambino a stretto contatto di pelle con la madre, sembra per esempio contribuire alla sopravvivenza dei neonati prematuri, come anche l’allattamento al seno, o la disponibilità di dispositivi semplici per la ventilazione meccanica.

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