Gas idrati, possibile fonte di metano al largo della Calabria

Si conclude oggi 15 Dicembre la campagna coordinata dal Center dor Marine Enviromentale Sciences dell’Università di Brema, la M112, atta a scoprire e censire i vulcani che non eruttano lava. Sono i cosiddetti vulcanelli di fango presnti sia sulla terra emersa che sui fondali marini.
Sono piccole colline alte da pochi decimetri a centinaia di metri da cui ciclicamente fuoriescono fluidi freddi e gassosi: mud flows, cioè colate di argilla, metano e altri idrocarburi. Già nel 2005, durante la campagna mediterranea a bordo della nave di ricerca Ogs-Explora, nell’ambito di due progetti europei (Hermes e Hydramed) i ricercatori dell’Istituto nazionale di oceanografia e geofisica sperimentale (Ogs) di Trieste ne avevano identificati alcuni nel mar Ionio, a sud della Calabria, che sono poi stati oggetto di studio di diverse campagne di ricerca europee.

L’attuale campagna la M112 è iniziata il 6 Novembre, quando la nave tedesca Meteor è salpata da Catania per una ricerca oceanografica di cinque settimane il cui scopo era quello di studiare i vulcani di fango al largo delle coste meridionali dell’Italia. Nello specifico, lo scopo è cercare fuoriuscite di bolle di gas e analizzare gli ecosistemi sulle pendici dei vulcani, per verificare l’eventuale presenza nel sottosuolo di gas idrati. I gas idrati sono composti solidi formati da acqua e gas, che si formano in condizioni di basse temperature e pressione altissima nei sedimenti del fondo del mare e rappresentano una riserva concentrata di metano. I vulcani di fango da cui fuoriescono fluidi gassosi, possono essere caratterizzati dalla presenza di idrati. Ne sono stati identificati alcuni in Antartide, per esempio, mentre nel Mediterraneo spiega Silvia Ceramicola, ricercatrice dellìOgs: «ma finora un solo sito con presenza di gas idrati è stato identificato nel Mediterraneo: al largo della Turchia». Ora l’equipaggio di Meteor sta cercando di fare chiarezza su eventuali concentrazioni di gas idrati in corrispondenza dei vulcani al largo della Calabria.

La nave oceanografica Meteor, ha a bordo una avanzata attrezzatura con tecnologie all’avanguardia per studiare le fuoriuscite di fluidi a fondo mare, fra cui un veicolo sottomarino autonomo che consente di acquisire dati micro-batimetrici; un veicolo sottomarino remoto, pilotato cioè dalla nave, che dispone di videocamere, braccia robotiche e strumenti per osservare e campionare sedimenti del fondale, e diversi sistemi di carotaggio, incluso uno che permette di acquisire e conservare campioni di gas idrati a pressioni ambientale. Grazie a questi veicoli il team internazionale di ricercatori ha registrato, nelle scorse settimane, la fuoriuscita di bolle di gas da un sito conosciuto come vulcani di fango Venere, formato da due coni di circa 100 metri di altezza che si trovano sul fondale dello Ionio, a una profondità di 1.500 metri, a 30 chilometri al sud della costa calabrese.

«La presenza di vulcani di fango nel Mediterraneo è stata scoperta oltre 35 anni fa, ma è solo negli ultimi quindici che è stata individuata la vera estensione del fenomeno, grazie all’uso di strumenti sempre più avanzati, come il multibeam, un sonar speciale che consente di rilevare le caratteristiche morfologiche del fondo marino», spiega Daniel Praeg, ricercatore a bordo di Meteor, che insieme alla collega Ceramicola ha scoperto i vulcani di fango al largo della Calabria. «Una volta indentificati», prosegue la ricercatrice, «indagini sismiche a riflessione permettono di investigare la geometria e l’architettura dei vulcani di fango, le cui strutture si possono estendere anche a profondità di diversi chilometri».

«Il mar Ionio», continua Ceramicola, «è un’area dove la placca africana incontra, o meglio, si immerge sotto la placca europea, ed è sede di grandi processi geologici dinamici. Le placche infatti si muovono e la compressione può causare un aumento di pressione, capace di provocare la risalita di fluidi. Del resto, in tutte le zone di subduzione ci sono vulcani di fango, perché i fluidi, che favoriscono lo scorrimento delle placche l’una sull’altra, quando raggiungono pressioni altissime salgono verso l’alto portandosi dietro sedimenti compatti che trovano lungo il percorso». Questi fenomeni eruttivi sul fondo mare e distanti dalla costa costituiscono potenziali pericolosità se vi passano sopra cavi sottomarini. Diversa è invece la situazione se sono prossimi alla linea di costa, come nei pressi di Catanzaro, dove un vulcanello attivo si trova sulle pendici di un canyon sottomarino, e la fuoriuscita di materiale ne favorisce l’instabilità con la progressiva erosione del fondale vicino al litorale, o se si trovano sulla terra emersa. L’eruzione di gas e fango, il 27 settembre, nella riserva naturale di Macalube, in provincia di Agrigento, ha causato la morte di due bambini.

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