La Società consumistica – Il cenone di San Silvestro

Apriamo oggi una nuova rubrica dedicata alla tendenza consumistica di questa nostra meravigliosa società. Considerando la prossimità dell’ultimo dell’anno, cominceremo osservando ciò che la “tradizione richiede” per un cenone come si deve. Per poter avere un’idea di quella che sarà l’ultima cena (dell’anno) per molti italiani, leggiamo insieme alcuni dei tanti menù proposti per l’abbuffata finale.

Si parte ovviamente da due antipasti, uno con salumi di specie diverse con tartine ripiene di tartine e l’altro con prodotti ittici. Visto che non siamo africani, ma il grande popolo del “che ce frega, che ce m’porta” abbiamo anche due primi con ravioli di scampi (ancora vivi nella pasta) e tagliatelle con il sugo d’oca (ottenuto spremendo il pennuto nel piatto, ovviamente senza penne). Consci di possedere una parete gastrica espandibile, i secondi piatti si offenderebbero se restassero in un angolo a far la muffa.
E allora eccoci al branzino che riposa in pace su un letto di rucola e filetti di pesce pescati al largo della piattaforma petroliera dell’Adriatico adagiati su un giardino di verdure del vicino di casa del duca (la supercazzola è servita). Per finire, dopo una cena salubre e leggera, il giusto apporto di vitamine e zuccheri è indorato con una composta di frutta cosparsa di cioccolato bianco e al latte con scaglie di nocciole e con dolci della tradizione natalizia per dare un senso all’intera cena anche se questa cena un senso non ce l’ha.

Scorrendo le altre distinte cibarecce della vigilia di capodanno, possiamo trovare anche qualcosa di diverso. C’è chi propone addirittura 7 antipasti con 2 primi, divisi tra animali allevati a terra in stalle troppo piccole per muoversi di 1 cm e quelli presi alla sprovvista in mare incagliati in qualche rete in plastica che un tempo bloccavano delle lattine di cola, e 2 secondi dove i branchiamuniti si salvano a scapito di manzi, conigli e agnelli i quali resti sono deposti insieme in un megapiatto di grigliata mista che lascerà, poi, la scena al classico cotechino e/o zampone con le lenticchie. Ovviamente, non può mancare il dolce con mascarpone, cioccolato bianco, pandoro e panettone.

Il 20 Agosto 2014 abbiamo celebrato l’Earth Overshoot Day, ovvero il giorno in cui l’umanità ha esaurito le sue risorse per il 2014. In virtù di questo e leggendo gli elenchi delle pietanze (simile a quello dei caduti in battaglia), il nostro seppur annebbiato spirito di osservazione dovrebbe indurci a pronunciare, ad alta voce (in modo da realizzare ciò che stiamo dicendo) una semplice quanto fondamentale domanda: serve davvero tutto questo cibo?

L’apporto nutrizionale.
La coscienza di ognuno, uscendo per un attimo dalla logica consumistica, ci spingerebbe a dire che, dopo aver consumato gli antipasti, ci sentiremmo già satolli. I cenoni tipici, come quelli citati in precedenza, forniscono oltre 3000 Kcal. Considerando che l’apporto nutrizionale medio per una persona di media statura dovrebbe essere 1500-2000 kcal (in base allo stile di vita sedentario o dinamico) nell’intera giornata, abbiamo una sproporzione notevole. L’escamotage, sbandierato come atto di furbizia, porta a non consumare alcun pasto l’ultimo giorno dell’anno per preparare lo stomaco alla grande ingozzata.
Spiace per chi pensava di saperla lunga, ma ciò è deleterio. Il nostro organismo necessita di un apporto nutritivo costante e proporzionato nell’arco delle 24 ore, in modo da poter smaltire adeguatamente gli alimenti che ingeriamo. Uno scompenso nutrizionale di questa portata conduce ad uno sforzo fisiologico notevole, soprattutto tenendo conto del momento della giornata in cui avviene l’ingozzata, cioè la sera, quando il metabolismo riduce notevolmente la sua attività. Lo stress al quale sottoponiamo il nostro corpo porta ad una carenza di ossigeno causata dal consumo di cibi grassi. La conseguenza di ciò è un’acidificazione eccessiva del sistema che predispone a malesseri di varia tipologia. Vale davvero la pena di soffrire per l’abbondanza?

La spesa economica. Appurato il danno fisico, soffermiamoci sul costo in denaro di una cena tipica dell’ultimo dì dell’anno. Il prezzo medio per un pasto al veglione è di circa 60€. In tempi di crisi, questo equivale ad un esborso che parrebbe eccessivo. Mediamente, quei soldi riescono a soddisfare una spesa settimanale di una famiglia (malgrado la farfugliante Picierno sostenga che con un’aggiunta di 20€ si possa stare tranquilli per 2 settimane…). È proprio necessario spendere tanta moneta in una notte per una lista di cibarie che non si riusciranno a mangiare interamente? Certamente, ognuno fa ciò che vuole con il proprio portafogli. Forse, però, è giunto il momento di riflettere anche su come si spende.

L’impatto ambientale. C’è la domanda da parte dei consumatori di festeggiare rimpinzandosi allo sfinimento. Risponde l’offerta di ristoranti e supermercati con una varietà e una quantità di merci da far invidia (e gola, per via della fame) a mezzo mondo. Al centro di questo botta e risposta ci sono macelli attivissimi che scotennano una quantità olocaustica di animali da servire come pietanze che per la maggior parte finiranno nel sacco dell’umido o dell’indifferenziata (negligenza per negligenza), aziende agricole che raccolgono frutta e verdura seminate un mese prima e cresciute a suon di pesticidi e fitormoni, un via vai di camion che devono raggiungere in fretta e furia i luoghi di smistamento per consegnare i prodotti in tempo emettendo nell’aria quella fragranza adorabile di monossido di carbonio mista a benzene. Un mix di delirio e sconsideratezza da condurre dritti al disastro, passando dall’indolenza dei produttori e dall’insipienza dei consumatori.

“La civiltà occidentale è un coacervo di articoli di lusso, elaborati da parassiti, per il consumo di oziosi” –
Nicolás Gómez Dávila

Condividi questo articolo: 




 

Altre Notizie