Le renne di Babbo Natale sono in pericolo, in forte calo le popolazioni di Cina e Canada

Potete immaginarvi un Babbo Natale senza renne? I protagonisti della slitta e della notte più magica dell’anno non se la cavano tanto bene. Le popolazioni delle renne sono in calo in tutte le aree del mondo. Gli amici di Rudolf abitano nelle innevate nazioni del Nord Europa come in Finlandia, Svezia e Norvegia, sono presenti in Asia nelle steppe di Russia, Mongolia e Cina nonché in Nord America in Canada e in Alaska.

C’è da dire che sebbene di renna ce n’è una, nel senso che esiste un’unica specie mondiale, ogni paese ha la sua variante locale ossia la sua sottospecie. Di questo cervide delle aree artiche e subartiche sul pianeta esistono ben 14 sottospecie. Alcune di esse sono molto rare e in pericolo. Ben 7 sottospecie abitano la tundra, mentre le restanti sono animali a tutti gli effetti della foresta. Il legame tra le renne e l’uomo affonda le radici nell’antichità, per questo tutelare le renne spesso vuol dire proteggere etnie particolari, le cui storie nei secoli si sono intrecciate con quelle di questo mammifero simbolo del Natale.

Un primo allarme riguarda la renna cinese Rangifer tarandus tarandus. Sul Journal for Nature Conservation, i ricercatori della Renmin University of China hanno documentato dettagliatamente il declino, facendo un confronto della popolazione attuale con quella storica. E’ stato osservato un calo del 28% della popolazione rispetto alla consistenza degli anni Settanta, dove si era raggiunto un picco di 1080 individui. Si tratta di una sottospecie di per sé delicata, in quanto numericamente molto ridotta e che per di più ha subito negli ultimi anni diverse minacce. Infatti, come spiegano gli scienziati, più le popolazioni sono piccole e più si corre il rischio di endogamia, quindi di una riproduzione tra consanguinei con conseguente impoverimento genetico e malattie. Ma le povere renne soffrono anche i cambiamenti climatici, la mancanza di allevatori, l’impatto del turismo e il bracconaggio. Fattori che si sommano alle difficoltà che già i piccoli di renne devono subire per diventare grandi. I cuccioli sono prede facili per orsi, lupi e linci. Ogni anno un terzo dei nuovi nati sono vittime della predazione.

Il professore Xiuxiang Meng che ha diretto la ricerca chiede che il governo cinese istituisca riserve naturali e parchi nazionali che serviranno per tutelare le renne e non solo: c’è di mezzo anche l’equilibrio del popolo Evenki, che da sempre ha un rapporto culturale molto stretto con questi animali. C’è da dire che la Cina ha fatto un passo da gigante, e ne sono soddisfatti i ricercatori, promulgando una normativa che vieti il flusso di renne di un’altra sottospecie in questo areale che per natura spetta alla R. tarandus tarandus.

Analoghi problemi coinvolgono le renne del Canada orientale, dove i dati parlano di una perdita di più del 60% degli individui in soli due anni. In Québec la popolazione del fiume George con le sue 800.000/900.000 renne fino a pochi anni fa, si ritrova adesso con una residua “tribù” di soli 27.600 esemplari. A denunciarlo è Survival, associazione mondiale per i diritti dei popoli indigeni. Perché senza renne la vita degli indigeni locali come gli Innu è ancora più difficile, in quanto fanno parte della loro alimentazione e della loro cultura. Una curiosità: i famosi caribù non sono nient’altro che le renne chiamate nella lingua Innu. Sovrasfruttamento del territorio, creazione di dighe, miniere per l’estrazione, infrastrutture, sono i principali fattori che compromettono sia la vita degli Innu sia quella delle renne.

Le renne sono compagne della storia umana da sempre, non solo nell’immaginazione dei bambini che le vedono volanti in cima alla slitta di Babbo Natale. Adesso è il caso di aiutarle noi, proteggendo i loro spazi e garantendo quella magia del passato che etnie antiche, schiacciate dal ritmo della modernità, cercano di portare avanti all’alba del terzo millenio.

Condividi questo articolo: 




 

Altre Notizie