Trattamento meno cruento per i pesci, sono dotati di sensibilità e quindi in grado di soffrire

I pesci sentono il dolore?. Non si può escludere che certe specie di pesci siano dotati di sensibilità e quindi in grado di soffrire, ma anche che reagire al dolore in modo marcato, sia nella fisiologia sia nel comportamento. A dimostrarlo sarebbero gli esiti di due importanti esperimenti condotti presso il Roslin Institute di Edimburgo: nel primo,i ricercatori scozzesi hanno applicato alcuni elettrodi sulla testa di una trota arcobaleno anestetizzata e registrato la sua attività elettrica neurale, scoprendo ben 58 nocicettori: si tratta di terminazioni nervose “sentinelle del dolore”, presenti in anfibi, uccelli e mammiferi.

Nel secondo esperimento, ideato per escludere l’ipotesi di riflessi automatici al dolore, gli studiosi hanno, invece, confrontato la reazione al cibo di due trote, a una delle quali era stato somministrato del veleno con effetti dolorosi: la trota sana ha subito divorato il cibo, la seconda ha esitato a lungo, e mostrato segni inequivocabili di disagio.

La Commissione federale d’etica per la biotecnologia nel settore non umano (CENU), che da anni si occupa del problema, ha inviato una serie di raccomandazioni ai pescatori, a chi possiede acquari, ma anche ai ricercatori e al legislatore. Questa constatazione ha aperto il dibattito per sapere se effettivamente i pesci provano dolore. Le questioni sollevate non sono solo di natura biologica ma anche filosofica: cos’è il dolore? Cos’è la consapevolezza? Come possiamo riconoscere se un essere vivente è consapevole o meno di queste sensazioni?

I pesci rappresentano circa la metà del numero totale dei vertebrati, stimato a 64 mila specie. Essi tuttavia non costituiscono un’unità dal punto di vista della sistematica zoologica. La maggioranza dei membri della CENU ritiene che sebbene le conoscenze scientifiche attuali non forniscano la prova che i pesci siano dotati di sensibilità al dolore, tuttavia alla luce degli indizi raccolti è difficile negarlo, almeno per certi pesci. Da qui l’invito a “trattare i pesci con attenzione e rispetto”, specialmente nei metodi di stordimento e di uccisione, ma anche nella detenzione (piscicoltura) e progetti di ricerca.

Il pesce – raccomanda tra l’altro la commissione – deve venir ucciso possibilmente senza fargli subire stress o “dolore” non solo sul piano teorico, ma anche pratico. I rischi tecnici legati all’allevamento e alla detenzione devono essere ridotti al minimo per evitare che il malfunzionamento di qualche apparecchiature produca una massiccia mortalità. Inoltre, la ricerca volta a migliorare il benessere del pesce va sostenuta in modo mirato, specialmente per i pesci oggetto di un allevamento intensivo, tenendo conto che quelli di allevamento possono aver bisogni diversi dai pesci che vivono in libertà in fiumi, laghi e mari.

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