Donare l’1% delle vendite degli alcolici per creare cliniche per la disintossicazione

Pietro Antonio Migliaccio, presidente della Società italiana di scienza dell’alimentazione (Sisa) e del congresso ‘Bevande alcoliche fa una proposta: “A mio parere bisognerebbe che, con una legge ad hoc o con un accordo spontaneo, tutti coloro che guadagnano sui prodotti alcolici donassero l’1% del loro fatturato da investire nell’educazione al bere responsabile, ma anche per creare dei veri e propri centri di disintossicazione e terapia dell’alcolismo, dove le persone possano trovare un luogo in cui curarsi gratuitamente”. Il congresso èin programma giovedì al Cra-Nut di via Ardeatina 546, Roma.

Un accordo dunque, secondo quanto sostiene l’esperto, per far sì che le associazioni di aziende produttrici di vino, birra e altre bevande alcoliche “si responsabilizzino nei confronti della formazione dei giovani su questo tema. Stiamo vedendo sempre più diffuso il fenomeno del ‘binge drinking’, le ubriacature ‘spot’ del sabato sera; gli incidenti stradali dovuti alla guida in stato di ebbrezza preoccupano ancora e in ogni caso, anche se le persone non arrivano a superare il limite consentito dalla legge, le autorità segnalano che moltissimi, comunque”, hanno alcol nel corpo.

E aggiunge: “L’impatto negativo del bere, poi può sfociare in comportamenti aggressivi e in violenza familiare, di cui fanno le spese più spesso le donne. Infine, la scienza e la ricerca mostrano che c’è un legame stretto fra consumo di alcol e alcuni tipi di tumore, soprattutto del seno e del colon. Dobbiamo mettere tutti questi temi sul tavolo e parlarne, come faremo al congresso, dove parleranno relatori con esperienze diverse”.

Ovviamente Migliaccio non sta condannando tout court il consumo di alcol: “Se un paziente viene da me e afferma di gradire una moderata quantità di bevande alcoliche durante i pasti lo assecondo: è consentito mezzo bicchiere di vino al giorno, ad alta gradazione. Questo perché i vini più ‘forti’ e corposi si prestano meglio a essere centellinati e ‘goduti’ dal paziente più a lungo. Se invece ho davanti un paziente problematico, che mi confessa di consumare molto alcol, ordino analisi del sangue e una ecografia epatica. Noi nutrizionisti siamo le ‘sentinelle’ di problemi di alcol e possiamo inviare efficacemente le persone a cure specialistiche”

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