Tutti pronti a sfuttare l’Artico: un vertice per fare chiarezza e limitare i danni

E poi ci lamentiamo di come vanno le cose, che il nostro pianeta sta collassando, che non c’è limite allo sfruttamento delle risorse, che l’uomo non conosce il significato della parola rispetto per se stesso, per i propri simili e per l’ambiente. Dove la fanno da padrone i soldi nulla può, nemmeno l’autodistruzione. Così avviene per il Polo Nord, il tetto del mondo, che è agognto oggetto per l’importanza geo-politica che risvete per le riserve di idrocarburi che giaccio nel suo sottosuolo, per le rotte marine e quelle ittiche. Eppure sono anni ormai che si sa che questa è l’area a maggior impatto climatico.

Questi sono gli argomenti di cui si parla alla conferenza Artic Frontiers, che si tiene ogni anno a Gennaio in Norvegia e che riusnisce 1.400 tra scienziati, politici e rappresentanti della società civile di una trentina di nazioni, dedicata in questo 2015 a clima ed energia, e in particolare alle fonti fossili.

Da oggi fino al 23 Gennaio alla conferenza di Tromsø (19-23 gennaio) si parlerà quindi di come conciliare le esigenze di protezione ambientale con lo sfruttamento energetico dell’Artico. Oltre agli scienziati e ai membri di diversi associazioni, ci saranno anche i politici. Ed è questa la caratteristica di questa conferenza, riunire soggetti provenienti da ambiti diversi: il problema si sa, è sempre quello, riusciranno a parlarsi davvero? E soprattutto, chi ha in mano le sorti dell’Artico, ascolterà i consigli e gli allarmi degli scienziati? «I rischi legati allo sfruttamento delle fonti energetiche in Artico sono altissimi», spiega Vito Vitale, climatologo dell’Isac Cnr che ha partecipato a diverse campagne nella regione artica.

Sfortunatamente a causa del riscaldamento globale, L’Artico è diventato più accessibile, scatenando la corsa al Polo Nord, la febbre da oro nero e company: dopo le rivendicazioni del Canada nel 2013, di recente anche la Danimarca ha avanzato le sue ragioni chiedendo all’Onu di riconoscere come parte dello Stato danese un’area di quasi 900 mila chilometri quadrati a nord della Groenlandia. Nel 2007, poi, lo scioglimento dei ghiacci ha reso navigabili le rotte dall’Atlantico al Pacifico sia sopra la Siberia che a nord-ovest tra l’arcipelago artico canadese: entro quindici anni si stima che potrebbero essere percorse da 500 navi all’anno. Prospettiva di fronte alla quale l’Organizzazione marittima internazionale ha da poco realizzato il Codice di navigazione polare, che detta nuove regole e una serie di raccomandazioni per le imbarcazioni che solcano le acque polari. Disgraziati noi e il nostro malefico modo di essere.

Ed è sul sito di Arctic Frontiers che si leggono queste testuali parole: «L’Artico sta sperimentando l’impatto di questi cambiamenti (climatici, ndr) maggiormente e più velocemente di altre parti del pianeta», ma «allo stesso tempo la popolazione mondiale sta aumentando e con essa la domanda globale di energia. Le fonti nuove e più sostenibili stanno guadagnando quote di mercato, ma è prevedibile che l’energy mix del futuro avrà ancora una componente fossile sostanziale». Secondo i dati del Servizio geologico degli Stati Uniti, l’area racchiude riserve pari al 30% del gas naturale ancora da estrarre sul pianeta e il 15% del petrolio. Gli Stati che toccano le latitudini polari sperano di accaparrarsi almeno la parte più raggiungibile di queste risorse.

Poco importa se questa partita che si dovrebbe giocare a favore della vittoria di questo ultimo e delicato ecosistema si gioca su un terreno fragile come il ghiaccio sottile, perchè anche il più piccolo cambiamento può avere devastanti conseguenze e l’impatto del riscaldamento globale è più forti che altrove. Ecco perchè gli scienziati parlano di «amplificazione artica»: «Nell’ultimo secolo si è osservato in Artide un aumento di temperatura pari al doppio della media planetaria: 2 gradi (°C) contro una media inferiore a 1 °C. Immediata conseguenza è la riduzione della copertura dei ghiacci in estate: dal 2007 si sono toccati i minimi storici. Inoltre anche il permafrost, il suolo perennemente ghiacciato tende a riscaldarsi sempre più, risultando così anche più friabile. A questo si associano drammatici fenomeni di erosione costieri, a causa del moto ondoso che si forma in tratti di mare sempre più liberi dai ghiacci», spiega chiaramente Vitale. Ma i cambiamenti climatici incidono anche sugli ecosistemi del Polo Nord: «Con l’aumento delle temperature, le specie confinate a latitudini inferiori si spostano e si diffondono anche più a nord, con conseguenze significative anche sulla catena alimentare».

«Un equilibrio può esserci: chi governa deve avere la volontà di trovarlo e di fermarsi di fronte agli avvertimenti, rispettando il pianeta e i diritti delle popolazioni Inuit, la cui voce spesso non viene ascoltata», conclude Vitale. «La questione è se si riuscirà a imporre delle soglie o se ogni Stato vorrà svilupparsi, anche nell’Artico, senza limiti».

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