Discarica Bussi: l’intera zona è gravemente inquinata, per i giudici c’è disastro ma non condotta dolosa

Ancora una volta un disastro ambientale finisce con un nulla di fatto, nonostante che ”L’intera zona in questione non solo è gravemente inquinata, ma vi è anche una obiettiva diffusività delle sostanze pericolose principalmente mediante le falde acquifere”. E’ quanto si legge nelle 190 pagine della sentenza della Corte d’Assise di Chieti che lo scorso 19 dicembre ha assolto i 19 imputati della megadiscarica dei veleni della Montedison di Bussi sul Tirino dai reati di avvelenamento delle acque e disastro ambientale dolosi.

Il giudice relatore della sentenza di Assise sulla discarica dei veleni di Bussi Paolo Di Geronimo però contemporaneamente spiega che ”se tale circostanza non ha in concreto determinato l’avvelenamento delle acque destinate all’alimentazione umana, ciò non esclude affatto che vi sia stata una compromissione rilevante e difficilmente reversibile delle matrici costituenti un presupposto della salubrità ambientali, in modo da determinare che terreni ed acque collocate in prossimità degli impianti ed in corrispondenza delle discariche sono divenuti sicuramente insuscettibili di qualsivoglia impiego, se non a rischio di esporre i frequentatori ed utilizzatori delle suddette aree ad un concreto pericolo per la salute pubblica”.

Tutti assolti i 19 imputati a processo in Corte d’assise di Chieti, per le cosiddette discariche dei veleni della Montedison scoperte a Bussi sul Tirino (Pescara) nel 2007. Accusati a vario titolo di disastro e di avvelenamento delle acque, sono stati tutti assolti per questo capo d’accusa, perché ancora non c’è il reato di disastro e di inquinamento ambientale e la prescrizione scatta come una mannaia, come se gli effetti nefasti dei reati ambientali potessero essere calcolati solo nel momento in cui l’atto illegale è stato compiuto e non in base agli effetti che continuano a provocare nel tempo sulla salute e sull’ambiente.

I giudici della Corte d’Assise hanno proseguito l’argomentazione che ha declassato l’avvelenamento da doloso in colposo – sul quale poi è intercorsa la prescrizione – spiegando che ”l’operatore economico pur avendo sempre di mira la necessità di ridurre spese improduttive, ha un generale e prioritario interesse a proseguire la gestione d’impresa in maniera tale da non dar luogo a possibili cause impeditive del normale svolgimento dell’attività”. ”In quest’ottica – scrivono i giudici – cagionare volontariamente l’avvelenamento delle acque destinate ad una numerosa popolazione, con il rischio di far insorgere forme di malattia agevolmente riconducibili all’attività chimica svolta presso il sito di Bussi, avrebbe rappresentato una scelta non solo criminale, ma contraria allo stesso interesse alla prosecuzione dell’attività imprenditoriale”. La Montedison quindi non ha deliberatamente inquinato, questa la tesi, da un lato perchè su Bussi ha avuto ”una programmazione temporale ampia e certamente non limitata al breve periodo”, tale che ove si fosse avuta la certezza di cagionare l’avvelenamento delle acque agendo con dolo diretto, si sarebbero poste le condizioni per una perdita economica futura ma certa e di notevole quantità, basti solo considerare la possibile perdita di valore del complesso industriale e la maggiore difficoltà dell’eventuale cessione a terzi”.

Per quanto riguarda il reato di disastro doloso per la discarica di Bussi, la Corte d’Assise nella sua sentenza lo ha derubricato in colposo e dichiarato prescritto. La sentenza come per l’avvelenamento doloso delle acque suggerisce ”analoghe conclusioni al reato di disastro ambientale”. ”Appare ben difficile desumere l’esistenza del dolo – peraltro intenzionale – sulla base della indimostrata equazione per cui la logica imprenditoriale, tesa a massimizzare il profitto, perseguirebbe i propri fini anche a discapito di valori di fondamentale importanza quale la tutela della salubrità ambientale. Una simile affermazione – scrivono i giudici – oltre ad essere obbiettivamente di difficile affermazione allorchè si vuole sostenere l’esistenza dell’elemento doloso intenzionale ad una pluralità di soggetti succedutesi nel corso dei decenni nella gestione industriale, si scontra col dato emergente dai documenti acquisiti agli atti, e in particolare da quelli concernenti gli interventi eseguiti nel corso degli anni all’interno dello stabilimento per migliorare lo standard di qualità ambientale”. ”In conclusione – scrivono i giudici Romandini e Di Geronimo – la conoscenza parziale del reale stato di contaminazione e soprattutto delle cause che lo determinavano, costituisce di per se un elemento difficilmente sormontabile nell’ottica della tesi d’accusa volta a sostenere la commissione dolosa del reato di disastro ambientale”.

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