Raggi Ultravioletti: danneggiano anche dopo l’esposizione al Sole

Ieri ho salutato una mia amica in partenza per una vacanza al caldo. Dato che se va in un paese esotico, come al solito le ho fatto quelle mille e più raccomandazioni, prima fra tutte quella di proteggere la pelle durante l’esposizione al sole. Anche se ogni santo anno con l’avvicinarsi dell’estate i dermatologi raccomandano di proteggere la pelle da raggi ultravioletti con creme solari ad alto fattore protettivo, il messaggio non viene recepito bene da tutti. Eppure i danni che i raggi ultravioletti provocano alla pelle sono ben noti ormai.

Ora uno studio pubblicato su Science ha fatto molto di più, perchè ha svelato un nuovo meccanismo cancerogeno che si innesca successivamente a quello immediato provocato dalle radiazioni solari. E’ necessario cambaire le abitudini radicate fino ad oggi. Gli ultravioletti infatti sono in grado di danneggiare il Dna in poche frazioni di secondo.

I ricercatori della Yale University, e intesta a tutti Sanjay Premi, hanno scoperto che i melanociti, cioè le cellule responsabili della colorazione della pelle, possono essere soggete a pericolose mutazioni anche nelle due o tre ore successive all’esposizione al sole. Sembra infatti che i radicali liberi prodotti dalle radiazioni vadano a sollecitare un elettrone della melanina e quando questa energia viene rilasciata il Dna subisce ulteriori lesioni. Se fino ad oggi il melanocita èstato considerato un pigmento protettivo, contiene invece anche un potenziale fototossico, soprattutto in coloro che hanno capelli rossi e occhi azzurri, incarnato chiaro e lentiggini, che hanno maggiori quantità di feomelanina, una particolare forma di melanina. Secondo il team in futuro oltre alla crema solare protettiva per l’esposizione diretta, dovremo avvalerci anche di un prodotto protettivo post-esposizione, che consenta di bloccare il meccanismo suddetto.

«La cultura delle creme solari può essere controproducente. Perché ci illudono di poter restare impunemente al sole» è il parere di Marcello Monti, dell’Istituto Humanitas. Solitamente chi usa le creme con filtri chimici per gli ultravioletti pensa di non aver nulla da temere e di poter esporsi al sole ad libitum, ma in realtà potrebbe scottarsi di più rispetto a coloro che tendono a riparsi restando all’ombra o indossando cappelli e vestiti. Ma non è certo l’unico a pensarla in questo modo, anzi, questa sua convinzione incontra e conferma le ricerche di Eleni Linos dell’Università della California a San Francisco. Parliamoci chiaro, tutti fanno la bocca storta quando si tratta di prevenzione perchè è ancora milto diffusa l’opinione che la pelle abbronzata sia più bella. «È così che i melanomi continuano a crescere e colpiscono in misura sempre maggiore giovani e donne. Anche i carcinomi cutanei sono in aumento», spiega Monti.

Sembra però che anche la moda delle lampade abbronzanti sia in controtendenza rispetto a qualche anno fa, ma è pur vero che i cambiamenti climatici hanno contribuito a farci avere, rispetto al passato, molte più giornate limpide ed cresciuto il numero di coloro che fanno viaggi nei paesi tropicali. Inoltre l’esposizione sporadica tipica dei vacanzieri last minute, sembra più pericolosa e rischiosa di quella continuativa a cui sono sottoposti coloro che lavorano all’aria aperta. Il concetto che prevenire è melgio che curare dovrebbe diffondersi di più e in ogni caso diagnosticare precocemente consente di salvare quasi tutti dal melanoma, ma è necessario intervenire nei primi 6-12 mesi. Anche noi dovremmo adottare le misure attuate in Australia, il paese che attualmente detiene il record dei melanomi: creare aree ombreggiate nei luoghi all’aperto, educare sui rischi, favorire un cambiamento culturale rispetto alla desiderabilità dell’abbronzatura, e così facendo è riuscita ad invertire la tendenza. Perciò, in previsione della prossima estate e in funzione del fatto che se pur poco andremo al mare, dovremmo imparare a coprirci di più.

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