Uber: la app miliardaria dichiara guerra ai tassisti italiani

Uber, l’azienda americana che ha lanciato la app per i taxi privati, continua ad accumulare problemi, in Italia 1500 autisti con licenza manifestano la propria rabbia: “Non finisce qui, bloccheremo l’Expo”. Uova contro la sede dell’Authority dei Trasporti prima. Poi, un tentativo di sfondamento con pietre, bottiglie e cestini dell’immondizia scagliati contro il palazzo e bombe carta fatte esplodere.

“Siamo pronti a bloccare tutta l’Italia”. E’ la minaccia dei tassisti giunti a Torino da tutto il Paese per manifestare contro Uber, l’applicazione su smartphone per il servizio di trasporto privato. Cori contro il governo Renzi e contro i giornalisti, definiti “terroristi”. Le ultime iniziative promosse nel mese di dicembre dalla compagnia di Los Angeles dimostrano come quest’ultima non abbia alcuna intenzione di abbandonare un mercato che ogni giorno mostra nuove potenzialità.

Negli Stati Uniti, ad esempio, l’azienda si sta lanciando sul mercato della consegna dei pasti a domicilio: in alcuni ristoranti di Los Angeles sarà infatti presto possibile ordinare la cena facendosela recapitare direttamente a casa dalle automobili Uber, in appena dieci minuti. Prima di lanciarsi in nuovi business, però, l’azienda farebbe forse meglio a individuare una buona strategia per non farsi cacciare. Paradossalmente, proprio nella sua città di origine, e per opera del nuovo presidente del Comitato dei tassisti di Los Angeles, Eric Spiegelman, un compromesso potrebbe essere finalmente raggiunto. Partendo dal presupposto che la concorrenza, a patto che sia sana, è positiva tanto per i mercati che per gli utenti, Spiegelman sta cercando di convincere i tassisti tradizionali ad adottare le tecniche (vincenti) dei loro rivali. Invitandoli anzitutto a trovare un modo per essere facilmente contattati tramite la rete. A Chicago e a New York è stato già fatto, e la risposta dei passeggeri (abituati ad aspettare tempi lunghissimi dopo aver prenotato un taxi per telefono) è stata ottima. Del resto, Uber è stato lanciato nel 2009 a Los Angeles, una città dove il traffico è decisamente infernale, proprio per ridurre l’insoddisfazione diffusa della popolazione.

Insomma, se da un lato è doveroso fare in modo che le regole siano rispettate da tutti, dall’altro sarebbe sbagliato non incamerare le novità e i progressi che Uber ha introdotto nel mercato dei trasporti urbani per tutelare alcune categorie di operatori che non vogliono adaguarsi. E se per rendere più efficienti i tassisti, come dice Spiegelman, basterà creare delle app per loro, ben vengano. Anche se è difficile credere che per far convivere Uber e i suoi rivali possa bastare così poco. Il gruppo di Los Angeles era partito bel 2009 con regole diverse (divieto di cercare clienti per strada, tariffe leggermente più alte della media giustificate dal servizio migliore offerto, eccetera), che tuttavia non sono state rispettate ovunque. E per quanto possa essere considerato urgente per gli operatori tradizionali aumentare il livello di informatizzazione dei propri servizi, lo è ancora di più costringere Uber a offrire un serizio che smetta definitivamente di essere ai limiti dell’illegalità.

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