Celiachia: due pazienti su tre sono donne, dall’Aic una guida pratica per una corretta diagnosi

La celiachia è donna. Attualmente si stima che la condizione celiaca interessi circa l’1% della popolazione generale e che sia più frequente tra le donne (3 volte più che negli uomini). Secondo le stime riportate nell’ultima Relazione al Parlamento sulla Celiachia del Ministero della Salute, a fronte di circa 115.000 pazienti diagnosticate, sono ancora oltre 280.000 le italiane celiache senza saperlo. Ma il dato potrebbe essere quasi triplicato, se si considera che molti intolleranti al glutine non sanno ancora di esserlo e che la quota di malati che emerge altro non è che la punta di un iceberg.

In Italia i celiaci sono circa 180mila, un numero inferiore rispetto a quello atteso. Se la prevalenza della malattia nei Paesi occidentali ammonta a quasi l’1%, lungo la Penisola gli intolleranti al glutine dovrebbero essere almeno il triplo. Di conseguenze le donne che ne soffrirebbero potrebbero essere quasi 400mila. “Il 70% di esse non sa ancora di esserlo – fanno sapere dall’Associazione Italiana Celiachia (Aic), da molti anni attiva sul territorio a sostegno dei pazienti -. L’impossibilità di conoscere la propria diagnosi preclude alla donna la possibilità di evitare le complicanze della malattia celiaca”. Tra cui compaiono l’osteoporosi (per il difettoso assorbimento intestinale di calcio e vitamina D), l’anemia (difficoltà nell’assimilare acido folico e vitamina B12), la menopausa precoce, l’endometriosi, l’infertilità e l’aumento di aborti spontanei».

Marco Silano, direttore del reparto alimentazione, nutrizione e salute dell’Istituto Superiore di Sanità e coordinatore del board scientifico di Aic, – spiega – “una celiachia non riconosciuta aumenta il rischio di problemi in gravidanza come ritardo di crescita intrauterino, prematurità, basso peso alla nascita e ricorso al taglio cesareo. In presenza di queste condizioni è opportuno chiedersi se non si soffra di celiachia e sottoporsi alle indagini cliniche per verificarlo, evitando sia l’autodiagnosi sia di intraprendere una dieta priva di glutine senza la certezza della diagnosi”.

Per questo, in occasione della festa della donna, l’Aic ha deciso di lanciare la guida “Donna e Celiachia”. Obiettivo: facilitare i medici e le donne stesse a individuare la malattia anche in assenza dei sintomi classici di natura gastrointestinale. Non è raro, infatti, arrivare alla diagnosi in presenza di altre condizioni, come quelle già citate. Nel documento, scaricabile dall’8 marzo attraverso il sito ufficiale e prossimamente disponibile in formato cartaceo anche negli studi dei medici di famiglia, si parla anche dei diritti delle donne celiache: come quello a donare il sangue e, per chi partorisce, anche quello da cordone ombelicale (in entrambi i casi la dieta senza glutine deve essere seguita da almeno sei mesi). Un passaggio è dedicato al divezzamento del bambino: chiarito che l’allattamento al seno non ha una funzione protettiva e che il momento di introduzione delle prime pappe non fa la differenza, il consiglio è quello di rivolgersi sempre al pediatra per valutare, caso per caso, qual è il momento utile per introdurre il glutine nella dieta.

La celiachia e le patologie glutine sono in costante aumento e c‘è molto ancora da fare per garantire una corretta diagnosi. In continua espansione a livello mondiale, con un’incidenza compresa tra lo 0,6 e l’1% nella popolazione generale, si sta assistendo a un allargamento del problema anche nei Paesi emergenti come Cina e India, dove i regimi alimentari stanno velocemente subendo un processo di occidentalizzazione.

Condividi questo articolo: 




 

Altre Notizie