Orti urbani, quanto sono sani?

Secondo la Coldiretti il 46,5% degli italiani si dedica, in citta’, a orti e giardini. In effetti una volta c’erano gli orti di guerra, nati quando il cibo nei negozi non c’era o scarseggiava. La voglia di ritrovare un contatto perduto con la natura e il desiderio di mangiare cibi sani, di cui si conosce la provenienza, ha fatto diventare una tendenza di pochi salutisti una vera e propria mania. Ma tra tanti entusiasti, c’è anche chi reputa i prodotti casalinghi non tanto genuini quanto si pensa. Perché? Per via dello smog, delle polveri sottili e della terra che si usa per coltivare.

Dalla Germani il primo studio sulla bontà degli orti urbani. Un team di esperti dell’Università Tecnica di Berlino hanno effettuato analisi a campione sui prodotti di alcuni orti della città tedesca. Dai risultati è, dunque, emerso che circa il 50% degli ortaggi campionati presentava valori di piombo e altri metalli pesanti superiore ai limiti previsti dalle direttive europee. A creare problemi potrebbero essere, poi, anche la qualità del terreno e la distanza dalle strade trafficate: il 67% degli ortaggi con valori di piombo superiori ai limiti di legge si trovavano a meno di 10 metri dalla strada. Viceversa, fra gli ortaggi coltivati a più di 10 metri di distanza o con una barriera protettiva in mezzo, la percentuale degli sforamenti scendeva al 37-38%.

Dallo studio emerge che l’esposizione ad alti livelli di traffico genera una maggior concentrazione di contaminanti nelle coltivazioni urbane. Parallelamente, la presenza di barriere fra l’orto e la strada riduce notevolmente il rischio di contaminazione. Inoltre, la diversità nell’ammontare delle tracce di metalli pesanti riscontrata nei diversi campionamenti testimonia l’importanza di un’analisi specifica del terreno su cui viene impiantata la coltivazione. Risulta, invece, più complicato classificare i tipi di ortaggi in base al rischio di contaminazione, semplificando fra verdure problematiche e non. Il nostro studio – spiegano i ricercatori – suggerisce che le coltivazioni urbane non sono automaticamente più sane o più sicure dei prodotti provenienti dai supermercati.

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