TTIP: AIAB, a rischio sono la qualità dei prodotti salute umana e ambientale

Giovedì prossimo 28 maggio si voterà in Commissione commercio Internazionale al Parlamento Europeo la risoluzione sul TTIP, il Trattato Transatlantico sul commercio e gli investimenti (Transatlantic Trade and Investment Partnership), l’accordo commerciale di libero scambio in corso di negoziato tra Unione europea e gli Stati Uniti.

AIAB ha preparato un report che riassume i punti più controversi del Trattato e fa appello ai parlamentari italiani perché difendano l’agroalimentare Made in Italy, uno dei beni più preziosi del nostro Paese. Sulla bilancia di vantaggi e svantaggi del TTIP per l’agricoltura e il bio europeo, , infatti, l’ago pende sicuramente verso i prodotti Usa. “La pericolosità di questo accordo per un settore fortemente legato ai diritti essenziali degli individui non va sottovalutata” dichiara Vincenzo Vizioli presidente di Aiab. “Da un lato c’è l’Unione Europea, che ha fondato il proprio mercato comune sulla buona qualità dell’agricoltura, anche nel settore bio, proteggendola fino ad oggi. Dall’altro un Trattato che, abbattendo le ultime barriere che dividono le due coste dell’Atlantico, consentirà a Usa e Canada di importare i migliori prodotti dell’agricoltura europea, esportando cibo di qualità inferiore e con più bassi livelli di sicurezza alimentare. Inoltre c’è da rimarcare l’assurdità e la pericolosità per i diritti dei cittadini, di una trattativa tenuta segreta e fatta alle spalle degli artefici della produzione agricola e dei consumatori, trattati come attori passivi”.

Dal report emerge una fotografia radicalmente negativa per l’Europa e per l’Italia. A rischio sono la qualità dei prodotti e del modo di coltivazione, quindi la salute umana e ambientale. Ma anche la credibilità del del Made in Europe e quindi il conto economico è nettamente in perdita, per quanto riguarda il settore cardine dell’agroalimentare.

Secondo i dati rielaborati dall’associazione FairWatch, a fronte dell’esportazione europea oltreoceano di bistecca senza ormoni, l’Europa importerà dagli Usa un quantitativo doppio di carne rossa addizionata di ormoni di crescita. Stessa sorte per la farina bianca (a basso tenore di OGM da Ue e al contrario praticamente tutta OGM da Usa) e il latte. Questo comporterà un calo non trascurabile della qualità dei prodotti in entrata in Europa. La più profonda differenza tra il mercato agroalimentare Usa e quello UE è il controllo della qualità di quello che arriva in tavola e il funzionamento delle misure sanitarie e fitosanitarie. Se in Europa vige il sistema farm to fork che monitora e controlla l’intera filiera di un prodotto agroalimentare, gli Usa hanno un approccio a valle. Questo significa che oltreoceano si basa la sicurezza del consumatore finale sulla prova evidente di un collegamento tra intossicazione alimentare e alimento, attraverso costose analisi a carico del probabile intossicato. In caso queste evidenze sanitarie e scientifiche non siano chiare, il prodotto incriminato rimane sul mercato.
Il biologico europeo, settore agricolo sottoposto a controlli molto rigidi a carico dei produttori, se messo in competizione con l’organic statunitense si trasformerebbe per gli europei in un genere di lusso, dati i costi più elevati dci controlli.

Insieme ai governi degli Stati Membri dell’Unione Europea, agli Stati Uniti e al Canada sono protagoniste delle negoziazioni e della firma del Trattato le multinazionali dell’agroalimentare e dei maggiori settori economici di interesse. La presenza come firmatari delle principali aziende e lobby dei mercati globali permette a questi attori di poter citare in giudizio i Governi, presunti sovrani, in caso vengano minacciati gli obiettivi commerciali delle stesse. In pratica, se uno qualunque di questi imperi dell’agroalimentare si sentisse in qualche modo penalizzato dalle politiche e regolamentazioni commerciali e sanitarie interne agli Stati firmatari del TTIP, potrebbe fare causa al governo del Paese in questione. Questo grazie all’Investor-State Dispute Settlement (ISDS), l’organo di arbitrato internazionale, costituito da arbitri scelti con metodi extragiudiziali, chiamato a decidere sulle controversie fra investitori privati e Paesi aderenti. Decade dunque lo scenario proposto e approvato tramite votazione del 14 aprile 2015 della Commissione Agricoltura Europea, che vede garantiti gli standard di qualità e i modelli agricoli vigenti in UE. L’Accordo assume l’aspetto di una strada diretta e protetta per i grandi investitori, per bypassare la democrazia dei Governi.

Attualmente soltanto l’8% delle importazioni alimentari della Ue arrivano dagli Usa a fronte di un 13% di esportazione. La caduta delle frontiere tariffarie e non tra i due blocchi atlantici gioverà soprattutto agli Usa, fino ad oggi fortemente bloccati nelle esportazioni alimentari a causa dei regolamenti sanitari europei. Nel 2027, infatti, anno che vedrà il funzionamento a pieno regime del TTIP, le esportazioni dall’Europa agli Stati Uniti raggiungeranno un aumento del 60% rispetto al 2014 mentre quelle Usa-Ue del 120%. Considerato che i prezzi medi europei del cibo trasformato sono di 4 volte superiori rispetto a quelli degli stessi prodotti provenienti dagli Usa, la diretta conseguenza sarà la perdita di competitività dei prodotti europei nello scambio import/export e lo spostamento, causato dai prezzi americani di molto inferiori a quelli italiani, delle preferenze dei consumatori europei verso prodotti extra-Ue.

Nonostante la determinazione della Commissione Agricoltura della UE nell’affermare che “nessuna delle regolamentazioni legate alla protezione della vita e salute umana, degli animali e delle piante o alla tutela dell’ambiente e del consumatore già vigenti in Europa, saranno oggetto di negoziazione nel Trattato”, i dubbi in merito all’importazione da Canada e Stati Uniti di prodotti OGM rimangono.
Per assicurarsi una via d’uscita rispetto alla commercializzazione in Ue dei cibi OGM, infatti, i produttori Usa hanno proposto di inserire nel Trattato una norma specifica contro le etichette parlanti, già obbligatorie nei regolamenti agroalimentari europei.

Altro fattore a sostegno di un deciso NO al TTIP è il nodo multinazionali. Secondo uno studio della società olandese Ecorys gli attori principali degli scambi agroalimentari sono le multinazionali, che rappresentano da sole il 52% del fatturato annuo del settore.
La gestione GDO-style delle multinazionali rende più difficile per le piccole e medie imprese la competizione nel mercato dell’agroalimentare. Per il bio, più soggetto alle fluttuazioni naturali e alle “cattive annate”, questo potrebbe significare l’abbandono del settore da parte di una grossa percentuale dei piccoli imprenditori agricoli, che rimarrebbero schiacciati dal sistema transatlantico.
Il risultato, oltre a un appiattimento dei prezzi e della qualità verso il basso, è la monopolizzazione dei mercati da parte dell’1% degli attori dell’agroalimentare mondiale. Scenario che pare invece incontrare il favore delle due maggiori organizzazioni europee di produttori e cooperative, il Copa (Organizzazione europea di rappresentanza dei produttori agricoli) e il Cogeca (Confederazione generale delle cooperative agricole dell’Ue), secondo le quali il TTIP ridurrebbe notevolmente le spese degli imprenditori agricoli e dei trasformatori, non più obbligati a pagare rigidi controlli sulla filiera di prodotto. La campagna italiana Stop TTIP sta rilanciando la petizione europea #StopTTIP e #StopCETA per raggiungere la quota due milioni di firme.

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