Se l’eolico è fermo al palo è colpa della burocrazia

Almeno a parole, l’Italia ha puntato decisamente su energie rinnovabili e green economy. Parole d’ordine sulla bocca di tutti; peccato che poi, andando a guardare i fatti, le cose non siano così semplici. Sono infatti ben 15 i progetti di eolico off-shore che sono bloccati da vincoli burocratici e che, se portati a termine, potrebbero realizzare 2.500 Mw, garantendo il fabbisogno energetico di 1,9 milioni di famiglie.

Eppure, nessuno di questi progetti è stato realizzato o è in cantiere, nonostante quanto previsto dal Piano di azione nazionale sulla promozione delle fonti rinnovabili. Infatti secondo una legge del Parlamento Europeo (direttiva 2009/28/CE), recepita da un Decreto legge nel 2011, l’Italia si è impegnata a raggiungere l’obiettivo di avere il 17% del fabbisogno totale di energia da fonti rinnovabili. Per l’eolico, il PAN prevede un target di 680 Mw nel 2020. Siamo ben lontani.

Purtroppo realizzare progetti di sviluppo in Italia è estremamente complesso, a maggior ragione in un settore in cui vige l’incertezza normativa, come l’eolico. Senza che si sappia con chiarezza chi deve decidere su questi progetti, le Soprintendenze li hanno tutti bloccati preventivamente, per generici “motivi estetici”, nonostante queste pale eoliche fossero tutte a vari chilometri dalla costa o addirittura, nel caso di Taranto, di fronte agli impianti dell’Ilva. Insomma, nel dubbio, blocchiamo tutto. Si attende ora una decisione del Consiglio dei Ministri per dirimere la questione. Tuttavia non c’è da aspettarsi miracoli, dato che è lo stesso Governo Renzi che ha tagliato gli incentivi sull’eolico, facendo crollare le installazioni (107 Mw nel 2014, una media di 800 negli anni precedenti).

È una strana vicenda quella dell’eolico italiano: da un lato spinto a gran voce da Legambiente e da tutti i fautori delle energie alternative, dall’altro soggetto alla famigerata sindrome Nimby (“Non nel mio cortile”), per cui io cittadino (e con me gli amministratori locali, sempre sensibili agli umori della gente) approvo i progetti industriali purché non siano realizzati vicino casa mia. Questo pone delle serie domande su quanto le energie alternative siano realmente in grado di sostituire quelle tradizionali. Sicuramente non nei prossimi anni, durante i quali sarà meglio che ambientalisti e vari movimenti No Oil decidano di mettersi l’anima in pace, poiché gli italiani saranno sempre di più dipendenti da idrocarburi e derivati. Alla luce di questo scenario, è preferibile avviare una discussione collettiva su cosa sia il bene comune, su quali progetti energetici siano veramente di pubblica utilità, al punto di essere realizzate nonostante il parere contrario di piccole minoranze. Perché tutto il resto sono solo parole che se le porta via il vento.

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