Aree marine protette: una sfida difficile la salvaguardia degli ecosistemi e biodiversità dei mari d’Europa

L’Agenzia Europea per l’Ambiente, nel rapporto “Marine protected areas in Europe’s seas – an overview and perspectives for the future”, valuta la gestione dell’Unione Europea in materia di salvaguardia della biodiversità marina.

Se gestite in maniera efficace e in linea con la legislazione vigente, le “Marine Protected Areas” (MPA), possono rappresentare uno strumento prezioso per la salvaguardia degli ecosistemi e della biodiversità dei mari d’Europa. Lo afferma l’Agenzia Europea per l’ambiente che nel suo rapporto, “Marine protected areas in Europe’s seas – an overview and perspectives for the future”, verifica la gestione di questi spazi marini che godono di differenti gradi di protezione da interventi umani sull’habitat e sulle specie viventi che li popolano.

La vastità dei mari europei, ben 5,7 milioni di km2, ospita una grande varietà di habitat, con migliaia di specie di piante e animali. Questa biodiversità rappresenta una risorsa fondamentale per la capacità degli ecosistemi marini di offrire al pianeta e a tutti i suoi abitanti benefici che vanno dalla regolazione del clima, alla risorsa ittica, alle attività di svago.

L’ambiente marino è però sottoposto a molte pressioni da parte dell’uomo: estrazione di risorse, introduzione di specie non indigene, inquinamento, effetti dei cambiamenti climatici, che ne danneggiano profondamente lo stato. Per le aree marine protette sono previsti obiettivi che mirano, tra l’altro, a trovare un equilibrio tra vincoli ecologici e attività economica, con un tipo di gestione che non può prescindere da quella della “rete” formata dalle singole aree.

In questa pubblicazione, l’Agenzia Europea per l’Ambiente prova a rispondere ad alcune fondamentali e cruciali domande su gestione, funzionamento ed eventuali progressi fatti dall’Unione Europea nella gestione di tali aree. Il rapporto parla chiaro: l’Europa deve approcciarsi in maniera più olistica alla progettazione e gestione delle Aree Marine protette, comprendendo con ciò anche un utilizzo migliore della legislazione esistente. Solo così sarà possibile intervenire per contribuire alla sostenibilità, arrestare la perdita di biodiversità e mantenere i mari più puliti e sani.

Pur disponendo di politiche internazionali a sostegno della creazione di AMP, al 2012 l’Europa non era ancora riuscita a raggiungere il pur minimo obiettivo del 10% fissato dalla convenzione di Barcellona 45 anni prima: solo il 5.9% delle acque europee, infatti, è stato convertito in aree marine protette. L’obiettivo è stato posticipato al 2020.

Come ricorda il rapporto EEA, il principale strumento della politica dell’Unione Europea per la conservazione della biodiversità, Rete Natura 2000, attualmente “non è impostato per fornire una rete ecologica di aree marine coerente e rappresentativa”, mentre potrebbe trarre grande beneficio dall’effettiva applicazione della Direttiva Habitat. La Direttiva, adottata dal Consiglio delle Comunità Europee, ha come obiettivo quello di “salvaguardare la biodiversità mediante la conservazione degli habitat naturali, nonché della flora e della fauna selvatiche nel territorio europeo degli Stati membri al quale si applica il trattato”.

Il rapporto dell’AEA guarda anche avanti con una certa dose di speranza, quando sostiene che le quattro convenzioni che interessano il mar Baltico, il Nord-est dell’Oceano Atlantico, il Mar Mediterraneo e il Mar Nero, “sono buone piattaforme per lo sviluppo e l’attuazione di un approccio ecosistemico alla designazione e gestione delle aree marine protette”, aggiungendo che alcuni Stati membri dell’Ue hanno istituito più AMP di quanto prevedessero gli obiettivi europei proprio per garantire una migliore rappresentatività e coerenza ecologica.
Ma la strada è ancora lunga. A conclusione della presentazione del suo rapporto, la stessa Agenzia ricorda infatti che lo scorso giugno ha pubblicato lo studio “State of Europe’s seas” nel quale si afferma che, nonostante alcuni miglioramenti, il modo in cui usiamo i nostri mari rimane insostenibile e minaccia non solo la loro produttività, ma anche il benessere dell’umanità intera.

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