Green economy: fatturato ma anche occupazione, in Italia 372mila imprese per un giro d’affari da 102 miliardi

Greenitaly 2015, sesta edizione del rapporto di Fondazione Symbola e Unioncamere sulla green economy italiana, conferma la forza sempre maggiore di questo paradigma economico nel nostro sistema produttivo. In termini di diffusione: sempre più imprese fanno scelte green. In termini di risultati: quelli, sorprendenti, nei bilanci, nell’occupazione e quelli nelle performance ambientali del Paese, che rendono l’Italia, nonostante i tanti problemi aperti, il leader europeo in alcuni campi dello sviluppo sostenibile. Un dato importante in vista della COP 21 di Parigi, il summit mondiale sui mutamenti climatici che ha l’obiettivo ambizioso ma irrinunciabile di ridurre ad un massimo due gradi l’aumento di temperatura sulla terra.

Si conferma anche un dato strutturale: per il made in Italy la green economy ha a che fare più con l’essere che col dover essere. Attiva caratteri presenti nel nostro dna, e li enfatizza rendendo le imprese più competitive e, in tempi di crisi come quelli che ci siamo appena lasciati alle spalle, più resilienti.

Contrariamente a quanto da molti sostenuto, le scelte orientate in senso ambientale non sono un peso ma una straordinaria chiave per affrontare la crisi, in particolare in Italia. Del resto, come diceva Albert Einstein “non si può risolvere un problema con la stessa mentalità che l’ha generato”. Nuovi consumi e stili di vita (non solo nei paesi occidentali) stanno accelerando la trasformazione del nostro apparato produttivo. Temi come sostenibilità, innovazione, qualità, design, tradizione e saperi sono centrali nelle strategie di molte imprese: la green economy oggi, nella sua accezione più ampia, sta dentro la catena del valore delle aziende e costituisce un fondamentale fattore di competitività.

Sono 372.000 le imprese italiane dell’industria e dei servizi con dipendenti che hanno investito nel periodo 2008-2014, o prevedono di farlo entro la fine del 2015, in prodotti e tecnologie green. In pratica una su quattro, il 24,5% dell’intera imprenditoria extra-agricola. E nel manifatturiero sono una su tre (32%): la green economy è, per un pezzo considerevole delle nostre imprese, un’occasione colta. Solo quest’anno, anche sulla spinta dei primi segni tangibili di ripresa, 120 mila aziende hanno investito, o intendono farlo entro dicembre, sulla sostenibilità e l’efficienza: 31.600 imprese in più dell’anno scorso (+36%).

Non è difficile capire le ragioni di queste scelte. Le aziende di questa Greenitaly, dove il made in Italy assume in sé e si arricchisce con la green economy, grazie anche agli eco-investimenti, hanno un dinamismo sui mercati esteri nettamente superiore al resto del sistema produttivo italiano: esportano, infatti, nel 18,9% dei casi, a fronte del 10,7% di quelle che non investono. Nella manifattura il 43,4% contro il 25,5%. E sono più presenti nei mercati extra-europei: India, Cina, Sud Africa e Arabia Saudita.

Queste imprese innovano di più delle altre: il 21,9% ha sviluppato nuovi prodotti o servizi, contro il 9,9% delle non investitrici (il doppio). E nell’edilizia (13,5% contro 5,5%) e nel manifatturiero (30,7% contro 16,7%) lo scostamento è addirittura più ampio.
Sospinto da export e innovazione, il fatturato è aumentato, fra 2013 e 2014, nel 19,6% delle imprese che investono green, nel 13,4% delle altre. In particolare nel manifatturiero: 27,4% contro il 19,9%. Fatturato ma anche occupazione. Queste imprese, infatti, che sono poco meno di un quarto del totale, assumeranno quest’anno più di 314.000 dipendenti, il 43,6% del totale delle assunzioni previste nell’industria e nei servizi per l’anno in corso. Nel manifatturiero si sfiora il 60%. E proprio nel creare lavoro la sostenibilità è un driver importante, sia tra le imprese eco-investitrici che tra le altre. ll nostro sistema produttivo guida già la ‘riconversione verde’ dell’occupazione europea: dalla fine del 2014, il 51% delle piccole e medie imprese italiane ha almeno un green job, più che nel Regno Unito (37%), Francia (32%) e Germania (29%).

Nel 2015, il 14,9% delle assunzioni previste (74.700 posti di lavoro) riguarda proprio green jobs, che si tratti di ingegneri energetici o agricoltori biologici, esperti di acquisti verdi, tecnici meccatronici o installatori di impianti termici a basso impatto: una crescita di 4 punti percentuali rispetto al 2009. Nell’area aziendale della progettazione e della ricerca e sviluppo si arriva al 67%, a dimostrazione del legame sempre più stretto tra green economy ed innovazione aziendale. Se poi andiamo oltre lo steccato dei green jobs propriamente detti e guardiamo la richiesta di competenze green, vediamo che le assunzioni con questi requisiti sono 219.500. Messi insieme, siamo di fronte ad un esercito di lavoratori ‘green’: 294.200, il 59% della domanda di lavoro.

Queste imprese, incluse le PMI (anche se il loro contributo è probabilmente sottostimato a causa della difficoltà di tracciare gli investimenti green nelle aziende meno strutturate) hanno spinto l’intero sistema produttivo nazionale verso una leadership europea nelle performance ambientali. Leadership che fa il paio coi nostri primati internazionali nella competitività, e anzi che a questi primati contribuisce. Eurostat ci dice, infatti, che le imprese italiane, con 337 kg di materia prima per ogni milione di euro prodotto, non solo fanno molto meglio della media Ue (497 kg), ma si piazzano seconde tra quelle delle grandi economie comunitarie dopo le britanniche (293 kg), davanti a Francia (369), Spagna (373) e ben avanti alla Germania (461). Dalla materia prima all’energia, dove si registra una dinamica analoga: siamo secondi tra i big player europei, dietro al solo Regno Unito. Dalle 17 tonnellate di petrolio equivalente per milione di euro del 2008 siamo passati a 15: la Gran Bretagna ne brucia 12, la Francia 16, Spagna e Germania 18. Piazzarsi secondi dopo la Gran Bretagna vale più di un ‘semplice’ secondo posto: quella di Londra, infatti, è un’economia in cui finanza e servizi giocano un ruolo molto importante, mentre la nostra è un’economia più legata alla manifattura.

L’Italia fa molto bene anche nella riduzione dei rifiuti. Con 39 tonnellate per ogni milione di euro prodotto (5 in meno del 2008) siamo i più efficienti in Europa, di nuovo molto meglio della Germania (65 t). E nella riduzione delle emissioni in atmosfera: secondi tra le cinque grandi economie comunitarie (113 tonnellate CO2, ultimi dati disponibili 2012), dietro solo alla Francia (91 t, in questo caso favorita dal nucleare) e, ancora una volta, davanti alla Germania. Questi risultati non rappresentano da soli la soluzione ai mali antichi del Paese: non solo il debito pubblico, ma le diseguaglianze sociali, l’economia in nero, quella criminale, il ritardo del Sud, una burocrazia inefficace e spesso soffocante. Sono però la pista di un’Italia coraggiosa in grado di guardare avanti, un’Italia competitiva e innovativa su cui fare leva: per molti aspetti una nuova Italia.

“Tradizione non è culto delle ceneri ma custodia del fuoco”, ha scritto Gustav Mahler: a volte dimentichiamo che la vocazione italiana alla qualità non si esprime in uno sguardo al passato ma in una costante tensione al futuro. Questa tensione ha avuto proprio nella green economy uno strumento formidabile: per migliorare i processi produttivi, per realizzare prodotti migliori, più belli, più apprezzati e ‘responsabili’, il made in Italy ha puntato sul green.

Lo ha fatto mettendo insieme la ricerca e l’innovazione – siamo il secondo paese europeo per brevetti di design, dietro alla Germania, che ha un’economia due volte la nostra, ma davanti a tutti gli altri big Ue – con le tradizioni, che siano agricole o manifatturiere. Coniugando la competitività con la coesione sociale e territoriale, sposando l’efficienza e la riduzione dei consumi con la pratica costante della qualità. Avviando il cammino che ci spinge a superare le logiche dell’economia lineare per avvicinare l’obiettivo di un’economia circolare: fatta di riciclo sistematico della materia e riduzione degli approvvigionamenti in natura. Soluzione evidentemente strategica per un Paese trasformatore come il nostro. Ma strategica anche per il Pianeta. Che permette già oggi all’Italia di essere leader europeo nel riciclo industriale: a fronte di un avvio a recupero industriale di oltre 163 milioni di tonnellate di rifiuti riciclabili su scala europea, nel nostro Paese sono stati recuperati 25 milioni di tonnellate, il valore assoluto più elevato tra tutti i paesi europei (in Germania sono 23). Riciclaggio nei cicli produttivi che ci ha permesso di risparmiare energia primaria per oltre 15 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio ed emissioni per circa 55 milioni di tonnellate di CO2. E siamo secondi solo alla Germania in termini di percentuale di riciclo e di recupero di rifiuti di imballaggio, facendo meglio di Spagna, Francia e Regno Unito.

L’Italia ha puntato sul green affacciandosi su una dimensione più collaborativa dell’economia. Partendo dalla produzione diffusa dell’energia rinnovabile: oggi nel nostro Paese sono oltre 800 mila gli impianti di generazione. Arrivando a nuove modalità di consumo – dal car sharing alle piattaforme collaborative più diverse – offerte dalla sharing economy e dalla Rete. E lo ha fatto, soprattutto, senza dimenticare la sua identità. Come mostra la nostra agricoltura: siamo il Paese più forte al mondo per prodotti ‘distintivi’ (Dop, Igt; e Doc, Docg, Igt per il vino), i primi in Europa per numero di imprese biologiche, tra i primi al mondo per superficie; con un valore aggiunto per ettaro – 1.989 euro – che è il triplo di quello del Regno Unito, il doppio di Spagna e Germania, il 70% in più di quello dei cugini francesi. E, insieme, con sole 814 tonnellate di gas serra emesse per ogni milione di euro prodotto: il 12% in meno della Spagna, il 35% della Francia, il 39% della Germania e il 58% del Regno Unito.

Il successo di Expo conferma nella qualità e nella voglia di innovare i punti di forza della nostra agricoltura, e dimostra che quando l’Italia fa l’Italia è in grado di parlare al mondo. I lavori della COP 21 sul clima possono alimentarsi anche dai temi affrontati all’Expo e rappresentati nella Carta di Milano.

“I cambiamenti climatici minacciano non solo il futuro del pianeta, ma anche la stabilità globale dell’economia”, ha detto Mark Carney, il Governatore della Bank of England. E’ da lì, dalle scelte green delle imprese (accompagnate dai loro Paesi), dalla loro capacità di stimolare ricerca e innovazione, che possono arrivare risposte credibili ed efficaci alla sfida climatica. Che è una sfida ambientale, ma anche tecnologica, economica, sociale e drammaticamente geopolitica, come dimostrano i sempre più numerosi profughi ambientali e i conflitti aperti nel mondo. Perché chi impoverisce l’ambiente si rende partecipe di un “inarrestabile processo di esclusione”, come ha spiegato di recente all’Onu Papa Francesco, autore quest’anno del documento più autorevole, visionario e concreto che anticipa Parigi: l’enciclica Laudato si’. Una sfida che, come abbiamo visto, le nostre imprese, quelle manifatturiere come quelle agricole, hanno già in parte accettato. Una dote che speriamo di far valere a Parigi.

La COP 21 è una chiamata che il mondo non può perdere. Un’occasione per l’Europa, dopo le aperture di Usa e Cina, di riscattare il fallimento di Copenaghen e confermare un ruolo decisivo nella lotta ai cambiamenti climatici. Un’occasione per l’Italia di sfatare tanti luoghi comuni, di dimostrare al mondo le sue capacità e la voglia di essere protagonista di un’economia a misura d’uomo, di un futuro migliore.

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