Mais e micotossine, Confagricoltura Asti denuncia: Filiera impreparata e gravissimi danni per gli agricoltori

Normative troppo stringenti, centri di raccolta con strumentazione spesso inadeguata, responsabilità e costi dell’intera filiera quasi interamente scaricati sulle spalle degli agricoltori: è l’inquietante radiografia del mondo del mais italiano tracciata da Confagricoltura Asti.

Per questo l’associazione datoriale ha deciso di “scendere in campo”, nel senso letterale del termine, a difesa dei produttori puntando i riflettori sul problema aflatossine, tossine di natura microbica prodotte da funghi o muffe che aggrediscono la cariosside di mais.

Complice il gran caldo nel mese di luglio, come già accaduto nel 2003 e 2012, i livelli di Aflatossina B1 talvolta superano il limite – ampiamente cautelativo – di 20ppb stabilito dalla legge italiana, cinque volte più severo rispetto a quello applicato negli Stati Uniti (100 ppb).

Il problema risiede nella misurazione: alcuni centri di raccolta utilizzano test “qualitativi” che indicano la presenza (o meno) di micotossine ma non forniscono una quantificazione precisa, in altri le partite vengono classificate come “non conformi” semplicemente in base all’umidità della granella e non con analisi o kit per il test rapido.

Il parametro umidità, utilizzato come discriminante, tende a falsare la reale qualità del prodotto: “Ci è stato segnalato – spiega Enrico Masenga, agronomo e tecnico di Confagricoltura Asti – che alcune partite di mais sono state messe da parte e classificate come contaminate perchè la granella aveva un’umidità inferiore al 24%, mentre altre con umidità superiore sono state inserite fra le “buone”. L’assurdo risiede nel fatto che mais seminati e raccolti insieme hanno avuto la stessa esposizione e l’umidità non è un parametro sufficiente per stabilirne la sanità”.

La legge prevede soglie di tolleranza ma se la verifica è fatta con strumenti inadeguati si rischia di classificare come “non idoneo” all’uso mangimistico un prodotto che in realta lo è, procurando un grave e inaccettabile danno all’agricoltore che Confagricoltura Asti quantifica fino al 40% del valore di mais sano. Il motivo per cui alcuni operatori utilizzano questo parametro è frutto di un’errata interpretazione delle linee guida per la prevenzione, uscite un paio di anni fa: “Nel vademecum – chiarisce Masenga – è scritto di trebbiare sopra il 24% e non aspettare che l’umidità scenda al 19%, il che significa anticipare la trebbiatura di 15-20 giorni riducendo in modo notevole l’esposizione in campo alle muffe”.

Per ridurre la contaminazione il prodotto dovrebbe essere essiccato entro 24-48 ore ma in alcuni piazzali i mucchi di mais giacciono per diversi giorni, segno che certi centri di raccolta adottano le linee guide solo quando fanno comodo. Conclude Masenga: “E’ auspicabile una revisione dei limiti di legge, l’innalzamento da 20 ppb a 30 ppb non causerebbe rischi sanitari e la quasi totalità del nostro mais sarebbe considerata idonea al consumo animale”.

Condividi questo articolo: 


 

Altre Notizie