Olio di palma: Fa aumentare il rischio di colesterolo, meglio l’extravergine d’oliva

L’olio di palma è ancora al centro di un dibattito acceso. Le polemiche sono aumentate negli ultimi mesi, da quando è diventato obbligatorio indicarlo esplicitamente in etichetta, senza camuffarlo più dietro la generica scritta “oli vegetali”. I detrattori, da un lato, puntano il dito contro l’uso di questo olio per i danni provocati alla salute e all’ambiente: oltre ad essere causa di alcune patologie, è responsabile di una feroce deforestazione a favore della monocoltura intensiva della palma, e mette a repentaglio interi ecosistemi e la sopravvivenza di molte specie animali in Paesi come Malesia e Indonesia. I sostenitori, dall’altro, per lo più le grandi industrie alimentari, difendono l’ingrediente, gridando al complotto.

La letteratura scientifica, tuttavia, ha una posizione chiara: una dieta ricca di olio di palma fa aumentare il colesterolo totale, quindi il rischio cardiovascolare, anche se altri indici di rischio sembrano ridursi. Lo ha stabilito una ricerca dell’Istituto Mario Negri di Milano, che ha messo insieme i risultati di 51 studi sullo stesso argomento. Come difendersi dunque dai pericoli per la salute?

Secondo la dott.ssa Brigida Stagno, gastroenterologa e nutrizionista dell’Ospedale San Carlo di Nancy di Roma e giornalista scientifica, “L’olio di palma è un grasso vegetale estratto dai semi di alcune specie di palme e contenente il 50 per cento di grassi saturi, fra cui l’acido palmitico, ma anche acidi grassi monoinsaturi, come l’acido oleico e polinsaturi, come il linoleico. Per il suo contenuto di grassi saturi, può provocare gravi danni all’organismo, se assunto in eccesso, così come il burro, in particolare può favorire patologie cardiovascolari e obesità (e di conseguenza anche diabete di tipo II e tumori, legati all’eccesso di peso) – spiega la dott.ssa Stagno – Resta comunque il fatto che l’olio di palma non è l’unico responsabile del nostro eccessivo consumo di grassi saturi e bisognerebbe fare attenzione anche alle grandi quantità di formaggi e carni conservate. Bisogna quindi usare moderazione e i grassi saturi non devono superare il 10 per cento di grassi totali assunti ogni giorno, nell’ambito di una dieta equilibrata”.

In sostanza, due biscotti o un pacchettino di crackers, anche se contengono olio di palma, non fanno male, mentre un’assunzione continua e costante può determinare un aumento eccessivo di colesterolo nel sangue, favorendo l’insorgenza di alcune patologie. “L’ideale, insomma, sarebbe limitare al massimo i grassi saturi nella propria alimentazione e consumare soprattutto olio extravergine di oliva (ma senza eccedere) – aggiunge la nutrizionista –leggendo bene le etichette sui prodotti per sapere cosa si mangia”. Non vanno dimenticate le conseguenze ambientali, in primis la deforestazione. “L’olio di palma provoca problemi di eco sostenibilità ed eco compatibilità – continua la dott.ssa Stagno – la deforestazione è sotto gli occhi di tutti”.

Utilizzato nei settori chimico, cosmetico e farmaceutico, l’olio di palma ha soprattutto un ruolo importante nell’industria alimentare. Le ragioni della sua diffusione sono diverse. C’è una chiara convenienza economica. La pianta da cui deriva – coltivata in Malesia e Indonesia in primis (86% della produzione globale) – rende moltissimo, per cui il raccolto su una certa superficie di terreno dà molto più olio rispetto, ad esempio, alla soia o al girasole che richiederebbero più spazio.

L’alimento si presenta naturalmente allo stato solido e semisolido, come il burro. Ma è anche un prodotto inodore e dal sapore neutro, ottimo per la produzione di dolci. Senza dimenticare l’elevato livello di conservabilità, che permette di aumentare la durata del prodotto finito.

L’ultima novità: varie organizzazioni commerciali hanno cominciato a certificare che certe partite di olio di palma sono ottenute in modo “ecologicamente sostenibile”, con limitato uso di pesticidi e concimi, nel rispetto della biodiversità e dei diritti delle popolazioni locali e dei lavoratori. Ma questo non attenua i danni ambientali provocati dai predatori delle foreste tropicali, una risorsa fondamentale per il pianeta dato che aiutano ad eliminare dall’atmosfera una parte dell’anidride carbonica, il principale «gas serra» responsabile del riscaldamento globale e dei mutamenti climatici.

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