Pescatori schiavi su pescherecci del tonno, la dununcia di Greenpeace

Sulla base di testimonianze dirette raccolte lo scorso settembre nell’Isola di Ambon, in Indonesia, Greenpeace pubblica oggi “Quella sporca filiera”, un report che denuncia nuove gravi violazioni dei diritti dei lavoratori su pescherecci tailandesi.

I racconti delle vittime degli abusi – spesso imprigionate, picchiate, private del cibo e del sonno – sono drammatici: «I trafficanti ci chiamavano “palloni da calcio”, per farci capire che eravamo sotto i loro piedi e potevamo essere spediti ovunque con un calcio, ma non potevamo andare da nessuna parte da soli», ha raccontato una delle vittime nelle interviste raccolte da Greenpeace. «Sono stato picchiato perché non ero forte come gli altri. Quando loro trasportavano blocchi di pesce congelato, io non ce la facevo, non ero abbastanza forte e veloce».

I pescatori intervistati hanno dichiarato che i pescherecci su cui erano stati imprigionati trasferivano tonno e altri pesci catturati su una nave frigorifera, la “Marine one” di proprietà della compagnia tailandese Silver Sea Line Co. Ltd. Solo pochi mesi fa, un’inchiesta di Associated Press aveva dimostrato come un’altra nave frigorifera della stessa compagnia fosse coinvolta nel trasbordo di pesce da imbarcazioni con lavoratori schiavizzati fino alla Thailandia, dove il pesce era stato acquistato da un fornitore diretto di Thai Union, il più grande produttore al mondo di tonno in scatola, proprietario del marchio italiano Mareblu.

«Queste inchieste dimostrano come la pesca sia gravemente corrotta da episodi di violazione dei diritti umani», dichiara Giorgia Monti, responsabile della campagna Mare di Greenpeace Italia. «Non rassicura i consumatori il fatto che nonostante i gravi scandali in cui è stata coinvolta, Thai Union non abbia ancora bloccato ogni coinvolgimento con compagnie che, evidentemente, continuano a trasportare pesce macchiato da questi delitti. Non serve controllare solo i fornitori diretti, è necessario sviluppare precise misure lungo tutta la filiera per garantire di non essere assolutamente coinvolti in questo tipo di abusi».

Dopo l’inchiesta di Associated Press, Thai Union aveva rotto ogni relazione commerciale con il fornitore diretto implicato nello scandalo, senza però prendere serie misure rispetto alle compagnie coinvolte nel trasporto di pesce in navi frigorifere. Eppure, come denuncia il nuovo report report di Greenpeace, sono proprio queste navi, con la pratica dei trasbordi in altura, a permettere ai pescherecci di rimanere in mare per anni, intrappolando i lavoratori in terribili condizioni di lavoro lontano da ogni controllo.

«Si tratta purtroppo di pratiche diffuse, non ascrivibili a un’unica impresa. Ma Thai Union, e il suo marchio Italiano Mareblu, hanno la responsabilità e il potere di cambiare davvero le cose. I consumatori sono sempre più sensibili ai temi sociali e ambientali. È ora di mantenere le promesse fatte», conclude Monti.

Thai Union è il primo produttore di tonno in scatola al mondo, con un giro di affari di oltre tre miliardi di dollari. A inizio ottobre Greenpeace aveva lanciato una campagna globale per chiedere al gigante tailandese di investire in una pesca equa e sostenibile e sviluppare precisi protocolli per escludere ogni tipo di violazione dei diritti dei lavoratori da tutte le fasi della sua filiera, anche eliminando i trasbordi in alto mare. In Italia, in pochi giorni, oltre 18 mila persone hanno scritto a Mareblu per chiedere di mantenere le promesse fatte e usare solo tonno da una pesca sostenibile entro il 2016.

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