Cina: Greenpeace, salvo l’habitat del panda

Ci sono voluti due anni di indagini condotte sul campo, con il telerilevamento e l’analisi delle mappe satellitari per scoprire i tagli illegali di circa mille e trecento ettari di foreste del Sichuan. L’Ufficio delle Foreste del Sichuan ha accolto le denunce di Greenpeace e ha aperto 15 indagini giudiziarie e 8 procedimenti amministrativi nei confronti di 22 funzionari pubblici, assicurando che tutelerà l’habitat del panda, peraltro già Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco.

Il panda sopravvive solo dove cresce il bambù. Purtroppo, però, negli ultimi 50 anni le aree in cui questa pianta abbonda si sono dimezzate: le foreste di montagna della Cina sono ridotte a fazzoletti di verde inframmezzati da strade, insediamenti urbani e centrali idroelettriche. Durante i lunghi spostamenti a cui sono costretti per cercare nuovo cibo, molti esemplari di panda muoiono di fame o vengono investiti. E quando giunge la stagione dell’accoppiamento, non riescono a trovare un partner con cui riprodursi.

“Grazie alle nostre indagini, abbiamo ottenuto la protezione di foreste che sono vitali per il panda – afferma Yi Lan, che segue la campagna foreste di Greenpeace in Asia orientale – È un segnale positivo che dovrebbe costituire un primo passo per una riforma a base nazionale: un terzo delle foreste cinesi è infatti a rischio a causa di una falla nel sistema normativo”.

Esiste una scappatoia nel “Regolamento tecnico per la ricostruzione delle foreste a basso rendimento” che autorizza a sostituire la foresta con piantagioni più redditizie in nome di una presunta “rigenerazione forestale”, spiega l’associazione ambientalista. Anche le provincie dello Yunnan e dello Zhejiang sono interessate da queste pratiche. Greenpeace chiede quindi al governo cinese di “sanare al più presto questa falla in modo da rispettare gli obiettivi nazionali di protezione delle foreste”.

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