Leucemia, è italiana la terapia che dimezza i rischi post trapianto

La dottoressa Francesca Bonifazi, medico ematologo dell’Ospedale Sant’Orsola di Bologna, ha condotto insieme a un collega spagnolo Carlos Solanos e a uno tedesco Nicolaus Kroge, una terapia innovativa che cambierà, e in molti casi salverà, la vita di migliaia di malati di leucemia. Da qualche giorno, infatti, il suo nome appare sulla rivista New England Journal of Medicine.

Di durata decennale, lo studio ha coinvolto 27 istituzioni tra Italia, Germania e Spagna, ed è stato ideato dal Nicolaus Kroger di Amburgo, Carlos Solanos di Valencia e appunto da Bonifazi dell’Istituto di Ematologia ‘Seragnoli’ del Policlinico di Bologna, che ha coordinato lo studio per l’Italia da cui provengono 90 dei 161 pazienti oggetti dello studio. Bonifazi da maggio presiede il Gitmo (Gruppo italiano per il trapianto di midollo osseo, cellule staminali emopoietiche e terapia cellulare), la più importante società scientifica nell’ambito del trapianto di cellule staminali emopoietiche in Italia.

Quello che la dottoressa Bonifazi ha fatto assieme ai colleghi Nicolaus Kroger di Amburgo e Carlos Solanos di Valencia è ridurre il più possibile queste complicanze che possono essere mortali. “Malattie come la leucemia vengono curate con i trapianti di midollo oppure di “sangue periferico”. È il caso delle cellule staminali emopoietiche, le più diffuse” racconta la trapiantologa del policlinico bolognese. Il punto è questo: quando avviene il trapianto, nel paziente viene trasferito per via endovenosa anche il sistema immunitario del donatore, i suoi linfociti. Il paradosso è che questi linfociti da un lato combattono la leucemia del paziente, dall’altro rischiano di attaccare i suoi organi scatenando “una malattia devastante, che nei suoi effetti più acuti può portare anche alla morte e comunque a una qualità della vita orrenda”, continua l’esperta. La cura, insomma, rischia di essere allo stesso tempo la causa del male. I globuli bianchi del donatore attaccano sì le cellule “cattive”, ma rischiano di danneggiare seriamente gli organi del trapiantato con effetti drammatici. Questa patologia correlata ai trapianti si chiama “Gvhd”, appunto la “malattia dell’ospite”.

La Bonifazi ha contribuito a mettere in pratica una terapia che consente di abbattere questo rischio. “Durante il ciclo di chemioterapia che precede il trapianto viene iniettato nel paziente un siero. Un farmaco che “intontisce” i linfociti del donatore. In questo modo si ottengono due risultati: i linfociti combattono lo stesso la leucemia ma non attaccano gli organi sani”. Già, perché i ricercatori hanno dovuto tener conto di un altro grosso rischio. Se si “spegnesse” del tutto il sistema immunitario ricevuto dal donatore, il trapianto non servirebbe più a nulla, visto che non assolverebbe al suo compito fondamentale: distruggere le cellule “cattive”. Se, invece, i linfociti vengono usati secondo le esigenze dei medici, con un farmaco che è in grado di bilanciarne e condizionarne l’azione, i risultati sono ben altri. E si vede.

“Oggi sappiamo come fare un trapianto – spiega Bonifazi – con rischi minori senza comprometterne l’efficacia . Questo studio definisce quale è il nuovo standard, e conoscere lo standard per qualunque terapia è fondamentale perché tutte quelle che varranno saranno confrontante con questa”. “L’articolo pubblicato oggi – ha commentato Michele Cavo, direttore dell’Unita operativa di Ematologia del Policlinico bolognese – è l’esempio migliore di come per il nostro istituto la ricerca sia al pari della attività clinica un modo efficace per aver cura dei nostri pazienti”. Al Sant’Orsola si eseguono ogni anni circa 1.500 trapianti di cellule emopoietiche.

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