Gli animali da pelliccia, tra sfruttamento e salvaguardia

Oggi la pelliccia, più di ogni altro accessorio, è un bene di lusso e uno status symbol per la donna emancipata, elegante e ricca dei paesi in via di sviluppo che si stanno a poco a poco arricchendo e che cedono al fascino della vanità e della ricchezza.

Se da una parte numerose associazioni animaliste stanno portando avanti delle proteste contro gli allevamenti degli animali da pelliccia e molte case di moda in tutto il mondo hanno rifiutato l’uso di pellicce per i propri capi di abbigliamento, dall’altra il mercato degli animali da pelliccia non conosce la crisi.

Il business degli animali da pelliccia nasce in Europa, tra la Polonia e la Danimarca, dove sono sorte molte aziende che allevano, uccidono, conciano e cuciono le pelli di animali di molte specie. Le pellicce passano poi sotto la giurisdizione delle case d’asta che si occupano della compravendita e dell’esportazione delle pelli in Oriente, soprattutto in Cina, dove c’è una continua richiesta di questo pregiato materiale.

La Federazione Internazionale del Commercio della Pelliccia, nel suo rapporto del 2014, dichiara che il mercato delle pellicce vale più di 35 miliardi di dollari e che tra il 2011 e il 2013 le vendite delle pellicce sono raddoppiate.

Chi acquista le pellicce? I cinesi, soprattutto, che sono dei forti compratori, ed è in Cina che gli allevamenti e le industrie produttrici di pellicce sono più diffuse, tanto che il Paese del Sol Levante è ormai, dopo la Danimarca, il secondo produttore al mondo di pellicce.

Negli allevamenti cinesi si custodiscono visoni, ermellini, conigli, lupi e cani tenuti in gabbie metalliche, poco nutriti, spesso maltrattati prima di essere condotti verso la morte con i metodi più crudeli: con l’annegamento, con il dissanguamento, o peggio, con lo scuoiamento. In altri casi vengono soffocati in massa con il gas, metodo che più di ogni altro preserva la qualità della pelliccia dell’animale.

E in Italia cosa succede? I movimenti di protesta hanno fatto sentire la propria voce contro le stragi di massa degli animali e contro gli allevamenti clandestini e non a norma. A Roma l’edizione 2016 delle sfilate di moda si è aperta con la protesta degli Animalisti Italiani Onlus contro l’uso delle pellicce da parte delle case di moda. L’azienda Full Sport, produttrice delle “O Bags”, è stata indicata come colpevole per aver inserito nelle proprie borse invernali inserti in vera pelliccia di coniglio Lapin.

Nel nostro Paese sono presenti trenta aziende che producono 180mila pellicce. Esse, però, sono nel mirino delle associazioni animaliste, le quali hanno chiesto al governo dei controlli più severi nella gestione degli allevamenti per garantire il benessere degli animali. Sono nel mirino anche dell’opinione pubblica, poiché dal rapporto del 2014 dell’Eurispes si viene a sapere che circa il 90% degli italiani si dichiara contrario all’uso delle pellicce nei capi d’abbigliamento e in qualunque altro impiego.

Non a caso, infatti, le aziende cruelty-free e fur-free hanno avuto un notevole slancio grazie alla produzione di pellicce ecologiche e sintetiche le quali, complice anche una maggiore consapevolezza ambientale e ecologica, sono oggi molto più apprezzate dalle donne italiane rispetto al passato. Sebbene tali segnali facciano ben sperare per le sorti degli animali da pelliccia, la Saga Furs, casa d’aste finlandese, ha dichiarato che nel 2015 il 73% delle case di moda ha utilizzato nelle proprie sfilate pellicce vere nelle sfilate di New York, Londra, Parigi e Milano. La strada per la salvaguardia degli animali da pelliccia è ancora lunga.

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