Il latte biologico è sempre più ricercato

La crescente attenzione dei consumatori verso il latte biologico e i suoi derivati è di certo legata al divieto di impiego, lungo tutta la filiera di produzione, di concimi chimici, pesticidi, antibiotici, ormoni e promotori della crescita.

Il latte biologico è, perciò, ottenuto da bovini nutriti ed allevati secondo gli standard dell’agricoltura biologica e nel rispetto della loro salute. Negli allevamenti biologici si preferisce, infatti, scegliere razze autoctone, che ben si adattano alle condizioni ambientali locali e che mostrano una buona resistenza alle malattie. Gli animali hanno libero accesso al pascolo, quando le condizioni esterne lo consentono e la loro alimentazione è rigorosamente biologica, essendo composta di foraggio e mangimi di alta qualità e OGM-free.

Tutto questo influisce positivamente sia sul benessere degli animali sia sulla qualità nutrizionale del latte e dei prodotti derivati. Alcune ricerche scientifiche confermano che il latte biologico presenta livelli elevati di vitamina E, di acidi grassi essenziali Omega 3, di antiossidanti e di altre sostanze nutritive benefiche. Scegliere il latte biologico e i suoi derivati significa, dunque, tutelare la propria salute.

Il patrimonio nazionale dei bovini da latte biologico raggiunge circa le 45 mila unità, secondo i dati del Sinab, pari al 20% di tutto il bestiame bovino presente negli allevamenti biologici (285 mila). Quanto alla produzione di latte, la stima di Ismea parla, nell’ultimo anno, di un quantitativo superiore ai 300 milioni di litri (pari al 2,7% del totale del latte prodotto in Italia) per un valore alla produzione di 158 milioni di euro (pari al 3,5% della PPB nazionale, ovvero il valore della produzione ai prezzi di base) con un “premium price” riconosciuto alla stalla del 28% superiore a quello destinato al latte convenzionale. Questi i dati diffusi nel corso del convegno “Il latte  biologico italiano: analisi del contesto e indicazioni per la crescita”, l’iniziativa promossa da Cia e Anabio a Bologna.

“Il  settore è interessante e in espansione -ha detto in apertura di lavori il presidente della Cia Emilia Romagna e vicepresidente nazionale, Antonio Dosi-. Stiamo mettendo a punto un progetto di filiera cercando di organizzare i produttori in collaborazione con partner cooperativi e non, coinvolgendo allevatori di diverse zone del paese. Obiettivo? Dare valore aggiunto al prodotto e più opportunità a realtà aziendali di piccole e medie dimensioni”. In Emilia Romagna, ha ricordato Dosi, sono 280 le aziende zootecniche biologiche con bovini  è più di 50 miste, ovvero con bovini e suini.

“Un contesto di mercato che sottolinea una netta controtendenza rispetto alla situazione di grave difficoltà in cui versa il settore lattiero caseario convenzionale -ha evidenziato Federico Marchini, presidente nazionale di Anabio- rinforzata sul fronte dei consumi da una crescita, nel primo semestre 2015, della spesa di oltre il 4%; cifra destinata a crescere visto il trend positivo degli acquisti anche nel secondo semestre”. Il comparto lattiero-caseario “rappresenta la terza categoria bio dietro quella dell’ortofrutta e dei derivati dei cereali -ha aggiunto- coprendo una quota pari al 10-11% del totale delle referenze biologiche. In considerazione di queste dinamiche di mercato i costi di produzione del latte biologico richiedono un attento monitoraggio al fine di determinare il livello di redditività degli allevamenti.

Il limitato numero di aziende da latte certificate bio hanno in passato evidenziato risultati positivi a condizione che si riesca a organizzare un’efficace ed efficiente filiera, dalla produzione degli alimenti per il bestiame alla vendita dei prodotti finali. “La conversione da convenzionale a biologico pone tuttavia alcuni problemi e incognite -ha spiegato Giacomo Pirlo del Crea, Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria- ovvero un forte impegno per l’investimento iniziale, l’adeguamento del carico di bestiame secondo i limiti imposti dal regolamento, la modifica radicale del piano colturale e la necessità di valorizzare il prodotto”.

Gli allevatori hanno poi a che fare con i costi più alti per produrre latte biologico. “Negli ultimi anni però, soprattutto con la crisi dei prezzi del settore lattiero caseario europeo ed italiano nel suo complesso iniziata nel 2014, la domanda per i prodotti biologici ha continuato a crescere a ritmi che l’offerta non è riuscita a coprire -ha spiegato Alberto Menghi  del Crpa, Centro ricerche produzioni animali- e si è generato un differenziale di prezzi tra latte biologico e convenzionale interessante nell’ordine del 50%. Questo vantaggio di prezzo rende di nuovo appetibile per gli allevatori la possibilità di una conversione dell’allevamento al metodo biologico”. Mediamente infatti, viene riconosciuto un prezzo del 28% superiore a quello del latte convenzionale. “Abbiamo un biologico che ci pone tra le prime regioni in Italia come produzione -è intervenuta l’assessore  regionale all’Agricoltura Simona Caselli- e la qualità del latte bio sottolinea la capacità di fare qualità nella nostra regione. Ricordo che il 30% delle risorse erogate dalla Regione attraverso il Psr, piano di sviluppo rurale, è stato intercettato da imprese biologiche”.

Ma come possono le imprese agricole rimanere sul mercato e svilupparsi? “Sono tre i filoni che la Cia persegue: impresa, territorio e mercato, tre elementi che devono essere soddisfatti per consentire alle imprese di resistere alla crisi ed essere pronte quando finalmente usciremo dal tunnel -ha sottolineato il presidente nazionale della Cia Dino Scanavino. L’impresa ha la necessità di avere regole certe e semplici, con poca burocrazia, inoltre a maggior ragione l’azienda biologica necessita di forti connotazioni innovative perché l’approccio ‘arcaico’ al bio è finito -ha proseguito- e bisogna andare avanti con l’innovazione”.

Scanavino ha ricordato che il ‘brand’ Italia è un marchio potente. “Con l’allarme lanciato dall’Oms sulla carne rossa abbiamo assistito a un calo dei consumi di carne nei primi 20 giorni che hanno fatto seguito alla notizia -ha evidenziato- ma al contrario la carne Made in Italy ha venduto un 10% in più. Questo vuol dire che abbiamo un marchio che trasmette positività, compreso il biologico, che da un ulteriore ‘plus’ alle produzioni e a cui non possiamo rinunciare. Nelle produzioni lattiero-casearie abbiamo poi un forte legame con il territorio che dà valore aggiunto, una ulteriore componente che promuove i nostri prodotti”. Un territorio, ha proseguito il presidente nazionale della Cia, che “deve anche essere inclusivo, in termini sociali. Ovvero dobbiamo essere attenti, nel rispetto dei  lavoratori, dell’ambiente e degli animali: è ciò che dobbiamo comunicare. Il welfare animale sarà infatti l’elemento distintivo delle produzioni dei prossimi anni. Poi c’è il mercato: va perseguita una filiera contrattualizzata in modo tale -ha concluso Scanavino- da redistribuire in modo equo il valore delle produzioni”.

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