Berta Caceres: una vita per l’ambiente

«È stata uccisa per le sue idee e per il suo coraggio». Così si sono espressi i famigliari di Berta Caceres, l’ambientalista dell’Honduras che ha lottato tutta la vita per la salvaguardia dell’ambiente del suo paese, all’indomani del suo assassinio nella sua casa vicino alla capitale Tegucigalpa.

L’ipotesi diffusa dalla polizia locale secondo cui la Caceres sarebbe morta a causa di una rapina è palesemente infondata. Famigliari, amici e colleghi sanno bene che Berta è stata assassinata poiché, essa, con le sue lotte, disturbava gli interessi economici delle multinazionali straniere che operano nel paese centroamericano.

Da oltre vent’anni la Caceres si batteva per difendere e per sostenere gli interessi della popolazione indigena dell’Honduras, i Lenca, i quali sono stati da sempre oppressi e umiliati dall’invasione delle industrie straniere interessate a impiantare nel Paese le loro basi commerciali. Berta, leader del Copinh (Consiglio delle Organizzazioni Popolari dell’Honduras), aveva ricevuto numerosi avvertimenti e minacce di morte che nell’ultimo tempo si erano fatte più esplicite.

L’Honduras è uno Stato piccolo ma ricchissimo di risorse naturali. Fin dagli inizi del ‘900 il Paese è sempre stato preda degli interessi economici dei colossi dell’industria mondiale che non si sono fatti troppi scrupoli a sfruttare pesantemente il territorio con la costruzione di impianti per l’estrazione mineraria, per l’energia idroelettrica, per quella eolica, per l’estrazione del petrolio e infine anche con la costruzione di strutture turistiche. Gli interessi commerciali andavano naturalmente a urtare con quelli delle popolazioni indigene ivi residenti.

Non a caso, lo Stato centramericano è il primo al mondo per numero di omicidi, in particolare di attivisti ambientalisti. Solo nel 2014 sono stati uccisi 109 attivisti. Dopo il colpo di stato del 2009, con cui si è deposto il legittimo vincitore alle elezioni, la situazione politica del Paese è precipitata: si sono succeduti governi fantoccio e l’esercito ha conquistato il potere facendo il brutto e il cattivo tempo.

In questo contesto, le invasioni straniere sono aumentate e gli imprenditori sono diventati più arroganti e più aggressivi. Non si sono mai curati della presenza dei Lenca e dei loro possedimenti: li hanno volutamente ignorati, non li hanno interpellati sul permesso o meno di installare sulle loro terre i loro stabilimenti. A niente sono valse le proteste; anzi, le multinazionali, con il tacito aiuto dell’esercito, non hanno esitato a reprimere, a volte anche nel sangue, i malcontenti, le rivolte e gli atti di sabotaggio agli impianti di costruzione.

Berta Caceres stava portando avanti la sua ultima battaglia contro la costruzione di una diga. Per il suo lavoro a favore dell’ambiente, aveva ricevuto lo scorso anno il prestigioso Premio Goldman. Stava difendendo gli interessi di almeno 600 famiglie che vivono nella foresta pluviale nella zona nord-occidentale del Paese, accanto al Rio Blanco, fiume sul quale il colosso dell’industria idroelettrica giapponese Synoidro intendeva costruire una diga per i suoi impianti. Progetto insensato, non solo perché il fiume è considerato sacro dalle popolazioni Lenca, ma anche perché impediva agli indigeni l’approvvigionamento di acqua potabile.

Il progetto della diga sul fiume Rio Blanco era stato vagamente giustificato dalla Synoidro come un’iniziativa di interesse pubblico a favore delle popolazioni locali, un piano sostenibile che non andava a intaccare l’ecosistema della foresta pluviale e in più permetteva un accesso diretto e facilitato all’acqua del fiume. Ma non è stato così. Si sa che gli interessi commerciali delle holding sono sempre ben mascherati e alle popolazioni locali, che non vengono mai consultate, vengono spesso fornite spiegazioni false, vaghe e ipocrite.

Come ha sottolineato Al Gedicks, sociologo ambientale ed esperto di lotte indigene, «la Caceres, che come donna ha protetto l’acqua e difeso la sua comunità minacciata da dighe e da miniere, era diventata un bersaglio per i poteri politici e economici». Berta era indubbiamente il punto di riferimento del movimento di protesta a favore degli interessi dei Lenca e della protezione dell’ambiente, l’unica che si stava impegnando a riconsegnare agli indigeni la propria cultura, le proprie usanze e la propria dignità.

Le comunità del suo Paese erano in fermento e una moltitudine di persone si era accodata alle proteste. I poteri politici e economici si stavano rendendo conto della portata politica e sociale del movimento della Caceres e temevano che il suo potere aumentasse sempre di più. La povera Bertita è stata costretta a pagare con la sua vita tutto ciò.

Ma dov’erano le istituzioni internazionali? Anch’esse hanno delle colpe. L’assegnazione del Premio Goldman poteva portare il movimento di protesta di Berta all’attenzione della comunità internazionale e Berta, di fronte alle continue e pressanti minacce di morte, poteva ricevere protezione dalle autorità. Ma non è stato così. Gli organismi internazionali non hanno compreso in quale situazione di pericolo si trovava la Caceres e l’hanno lasciata sola.

Solo dopo il suo brutale assassinio si è conosciuta la storia di Berta, solo in seguito il suo omicidio ha suscitato scalpore e gli organismi internazionali si sono finalmente mossi, solo dopo l’Unione Europea ha dichiarato l’avvio di un’inchiesta giudiziaria internazionale per assicurare alla giustizia i criminali dell’omicidio. Quando si dice il tempismo.

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