Test su animali: Lav, vivisezione metodo mai validato scientificamente e immorale

Negare le grandi opportunità offerte dai test senza uso di animali, equivale a fare oscurantismo: questa è la replica della LAV a coloro che continuano a difendere la vivisezione, antiscientifica metodo mai validato scientificamente e immorale.

Non e’ certamente una novità che l’Italia debba investire nei metodi di ricerca alternativi all’uso di animali, ci lascia dunque basitiche nel 2016 ci siano ancora rappresentati del mondo della politica e universitario, come la Senatrice a vita e farmacologa Elena Cattaneo, il prof. Gaetano Di Chiara (neurofarmacologo dell’Università di Cagliari) e Giuliano Grignaschi (Research4Life) che cercano di difendere un modello di ricerca della fine dell’800, ovvero quello che utilizza animali, che fallisce in oltre il 95% dei casi esponendo cittadini e malati a evidenti rischi o a cure fallimentari.

In particolare, sul sito internet della Commissione Europea, si possono leggere le azioni in attoper ottemperare a quanto richiesto dalla direttiva UE n.63 del 2010 che invita tutti gli Stati Membri a prendere misure per incoraggiare la ricerca nel settore delle alternative, contribuendo allo sviluppo e alla convalida di tali approcci. Oltre alle prevedibili azioni di Germania, Francia e Inghilterra, nella lista figurano contributi da partedella Lituania, della Slovenia, etc… ma l’Italia dov’è? Il 1 gennaio del 2017 dovrà entrare in vigore il divieto di testare su animali sostanze d’abuso come alcol, droghe e tabacco: un bando fondamentale che rischia di slittare per interessi economici e di carriera; una potente lobby vivisettoria sta, infatti, conducendo una campagna di disinformazione che purtroppo non trova nessun contradittorio sulle tante testate giornalistiche di parte. Passando a considerazioni etiche, è importante sottolineare come dietro al campo dei test per le droghe si nascondano elenchi dell’orrore.

Capofila in questa macabra lista, proprio l’Università di Cagliari dove il dott. Gaetano Di Chiara, all’interno del Dipartimento di Scienze Biomediche e Istituto di Neuroscienze del CNR, compie classici esperimenti di vivisezione: “Gli animali da laboratorio (ratti) vengono sottoposti a chirurgia d’impianto di un catetere cronico, per la somministrazione dei farmaci, nella vena giugulare destra e dei microelettrodi in fibra di carbonio nelle aree cerebrali di interesse.

Durante la prima fase, detta di acquisizione, l’animale verrà addestrato ad imparare tutte le operazioni necessarie per ottenere la droga. Verranno utilizzate delle specifiche gabbie computerizzate munite di leve che, se azionate dal ratto secondo uno specifico programma di lavoro, consentono l’iniezione della sostanza tramite una pompa collegata al catetere dell’animale all’interno della gabbia. In seguito ad ogni iniezione verrà associato uno stimolo non contingente (per esempio una luce o un suono) che sarà condizionato alfarmaco”.

Difficile, impossibile, accettare queste mostruosità e incredibile farle passare come scienza per investigare la dipendenza da droghe (cocaina). Lo stesso Di Chiara afferma come “L’abuso/ dipendenza da sostanze è un disturbo del comportamento motivato” quindi non è riconducibile a una semplice interazione fisica, il comportamento e la psiche sono fondamentali. E, poi, cosa commentare quando afferma che “la dipendenza non farmacologica è nella stessa categoria del gioco d’azzardo”, infatti chi non ha mai visto dei ratti spendere tutto alle slot macchine?! Proprio di recente il dott. Di Chiara ha affermato che se entrasse in vigoreil divieto sulle sostanze d’abuso “i ricercatori italiani non potranno più lavorare in questo campo, né da soli, né in collaborazione con le équipe straniere” e come“In questa situazione di incertezza la partecipazione degli scienziati italiani ai bandi internazionali in tutti i campi che richiedono l’uso degli animali da laboratorio è già in pericolo”,dichiarazioni senza alcun fondamento perché rinunciare all’uso di animali non significa fermare la ricerca, ma guardare al futuro con una scienza all’avanguardia, attendibile e competitiva a livello internazionale, che crei nuovi posti di lavoro e possa essere davvero utile alla popolazione.

Per quanto riguarda i bandi, è importante sottolineare come proprio questi fondi siano vincolati ai metodi alternativi e vedano come assolutamente prioritari i modelli senza animali; solo se finalmente l’Italia vedrà queste attività come “un’opportunità per tutti”, potremo veder rinascere la ricerca, libera dall’oscurantista lobby vivisettoria. Gli animali subiscono numerose violenze nella fase di preparazione
all’esperimento, in particolare per renderli particolarmente ansiogeni vengono prima fatti nuotare senza appigli, poi bloccati con impossibilità di muoversi all’interno di contenitori grandi come una bottiglietta di plastica e quindi sottoposti a scosse elettriche: tali assurdità possono simulare l’incontro del giovane con gli stupefacenti? Un’ultima considerazione riguarda il rapporto tra molte sperimentazioni condotte sugli animali e la loro finalità, prettamente orientata al business, invece che alla salute dei cittadini/consumatori.

Ne sono un esempio gli studi sui meccanismi di gratificazione-dipendenza investigati nell’uomo, i cui dati, invece di essere usati per combattere un problema così diffuso, che affligge fasce di età anche giovanissime, vengono venduti all’industria alimentare, per creare dei veri e propri algoritmi sfruttati in fase di sviluppo di prodotto e di marketing. Le dinamiche che ci spingono a consumare un dato cibo (attrazione/effetti negativi), infatti, si basano sugli stessi meccanismi neuronali della dipendenza, poiché le aree cerebrali legate a
dipendenze da fumo, droghe e cibo sono sovrapponibili. A conferma di ciò, si pensi che note multinazionali del tabacco, hanno acquisito industrie alimentari, integrando la gestione dei problemi legati alle scelte alimentare alle informazioni sulle sostanze d’abuso relative al piacere e non alla necessità. La dipendenza da cibo non è che l’ennesimo business pagato da milioni di vittime umane e animali. Persino nel campo del cibo le differenze tra specie sono ovvie, come sottolinea la ricercatrice Susanna Penco:“cioccolato e cipolle sono potenzialmente mortali per il cane mentre per i Lemuri del Madagascar (proscimmie, animali relativamente assai “vicini” ai primati umani cioè all’uomo) il cianuro è un ottimo snack”.

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