Virus Zika: microcefalia causa danni neurologici, la zanzara potrebbe arrivare in Italia

Il potenziale legame tra virus e rischio microcefalia è emerso lo scorso ottobre, quando il Brasile, investito dall’epidemia di Zika nel maggio del 2015 e dove gli infetti potrebbero essere 1,5 milioni, ha riferito di un’insolito aumento di casi di bambini nati con microcefalia, una condizione caratterizzata da una significativa riduzione del volume cerebrale e della circonferenza cranica.

Secondo gli sienziati brasialini, Il virus Zika potrebbe essere più pericoloso di quanto pensato e potrebbe essere all’origine di problemi neurologici gravi che colpiscono una donna in stato di gravidanza che ha contratto la malattia su cinque.

Il tasso di contagio dello Zika in Brasile ha registrato una diminuzione grazie all’azione della prevenzione e delle misure di informazione, ma la ricerca per un vaccino è ancora allo stadio iniziale. Secondo molti medici esiste un collegamento reale tra la microcefalia nei neonati e lo Zika. Ma mentre le stime stabiliscono che l’1% delle donne che hanno contratto il virus mentre erano incinta partoriscono bambini affetti da microcefalia, secondo alcuni medici il 20% delle gestanti con Zika rischiano di avere figli con altri danni celebrali.

Un altro studio, citato da Bbc e riportato dal New England Journal of Medicine, sostiene: “Il 29% delle analisi hanno mostrato anormalità nei bambini in utero, tra cui ridotta crescita (del feto ndr), nelle donne affette da Zika”. Il primo decesso associato al virus Zika è stato annunciato negli Stati Uniti, in particolare a Porto Rico. Nel territorio statunitense tra la Repubblica Dominicana e le isole Vergini è morto un settantenne. Lo ha annunciato Ana Rius, segretario della Sanità dell’isola, secondo cui il decesso provocato da trombocitopenia (livelli di piastrine così basse da provocare emorragie interne) risale allo scorso febbraio. Porto Rico ha dovuto fare i conti con 600 casi di Zika, di cui 73 riguardanti donne in gravidanza. Secondo Rius, le 14 donne infette che hanno partorito hanno avuto bambini sani.

L’epidemia di Zika è stata dichiarata un’emergenza di sanità pubblica di rilevanza internazionale dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) all’inizio di febbraio. Con la globalizzazione la zanzara potrebbe arrivare in Italia per caso, a bordo di un aereo, in un camion. E qui troverebbe condizioni più favorevoli per lei, almeno fino ai primi freddi dell’inverno: si è visto infatti che questa zanzara si diffonde in aree caratterizzate da inverni miti, perché la larva non riesce a sopravvivere a lungo alle basse temperature”.

In gravidanza, il virus Zika rappresenta un pericolo in qualunque trimestre, ma soprattutto nel primo e all’inizio del secondo trimestre, per la fase di sviluppo neurologico in cui si trova il feto e perché nelle prime settimane è più facile che una donna non sappia ancora di essere incinta e sia meno prudente nella profilassi anti-zanzare. Alle donne incinte di ritorno da un viaggio nei paesi colpiti si raccomanda di recarsi dal proprio medico curante se sono state nelle aree interessate dal virus o se si presentano sintomi riconducibili a quelli descritti, e in generale una particolare attenzione agli esami ecografici.

Ci sono cure? Ricercatori di Stati Uniti, Brasile e altre nazioni stanno già lavorando a un vaccino, ma i tempi non saranno brevi come per Ebola. Se nel caso dell’ultima infezione infatti, si lavorava a una soluzione già da un decennio, gli studi per un vaccino, e per un eventuale trattamento antivirale contro Zika stanno partendo praticamente da zero. Creare un vaccino e sperimentarlo richiederà diversi anni e diversi milioni di dollari.

In questo momento, la lotta a Zika si gioca tutta sull’eradicazione delle zanzare vettore, le uniche responsabili della trasmissione del virus (che non si trasmette da uomo a uomo). Questi insetti pungono in genere di giorno – le zanzariere intorno ai letti non sono quindi così efficaci – e si moltiplicano attorno alle acque stagnanti. Sbarazzarsi dei focolai in cui si annidano è il primo passo per contenere l’epidemia.

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