In Russia è boom nella produzione locale di prodotti Made in Italy taroccati

Lo stop alle importazioni di frutta, verdura, salumi e formaggi dalla Toscana ha provocato in Russia un vero boom nella produzione locale di prodotti Made in Italy taroccati, dall’insalata toscana al salame Italia e alla mozzarella “Casa Italia”, dall’insalata “Buona Italia” alla Robiola Unagrande, ma anche la mortadella Milano o il Parmesan tutti rigorosamente realizzati in Russia. E’ quanto emerge dal primo bilancio sull’impatto dell’embargo russo sul sistema agroalimentare italiano a due anni dall’avvio del blocco stilato dalla Coldiretti in occasione della protesta di migliaia di agricoltori italiani che con i trattori sono scesi in piazza all’indomani della decisione del presidente russo, Vladimir Putin, di prolungare l’embargo imposto sui beni alimentari fino al 31 dicembre del 2017. L’embargo ha prodotto, nel 2015, un crollo delle esportazioni del nostro Made in Tuscany del 35% passando da 23milioni a 15milioni. Il trend sul 2016 non è certamente destinato a cambiare.

“Alla crescente domanda di prodotti agroalimentari la Russia – sottolinea Tulio Marcelli, Presidente Coldiretti Toscana – sta rispondendo con un potenziamento dell’industria alimentare locale e nuovi investimenti sono stati realizzati per aumentare la produzione di formaggi, che è già cresciuta del 20 per cento negli Urali Centrali, ma sono previsti nuovi caseifici nella regione Sverdlovsk per coprire fabbisogni di formaggi duri e molli, dalla mozzarella al parmigiano. Nella stessa regione è in fase di sviluppo, con nuovi grandi macelli per maiali, anche l’industria della carne e dei salumi”. “Russkiy Parmesan”, per esempio, viene prodotto insieme al gorgonzola a 60 chilometri da Mosca nel villaggio di Dubrovskoe, ma nelle principali catene del Paese – informa Coldiretti – sono in vendita con nomi italiani mozzarella, ricotta, mascarpone, robiola Made in Russia, ma anche diversi tipi di salame Milano (миланская), di mozzarelle “ciliegine”, di scamorze (скaморЦa), Buona Italia e pizza Sono Bello Quatro formaggi con tanto di errore grammaticale ma anche il prosecco della Crimea. Tra i tarocchi più celebri, che sfruttano il fenomeno dell’tuscany sounding, l’insalata toscana (Тоскана).

A far proliferare la presenza del falso Made in Italy non è stata però solo l’industria russa ma – sottolinea Coldiretti – anche molti Paesi che non sono stati colpiti dall’embargo come la Svizzera, la Biolorussia, l’Argentina o il Brasile che hanno aumentato le esportazioni dei cibi italiani taroccati. Nei supermercati russi – precisa Coldiretti – è possibile infatti trovare scamorza, mozzarella, provoletta, mascarpone e ricotta Made in Bielorussia, ma anche salame Milano e Gorgonzola di produzione Svizzera e Parmesan o Reggianito di origine Brasiliana o Argentina.

Alle perdite dirette subite dalle mancate esportazioni in Russia si sommano quelle indirette dovute al danno di immagine e di mercato provocato dalla diffusione sul mercato russo di prodotti di imitazione che non hanno nulla a che fare con il Made in Italy”. Il rischio riguarda anche la ristorazione italiana in Russia che, dopo una rapida esplosione, rischia di essere frenata per la mancanza degli ingredienti principali. In alcuni casi i piatti sono spariti dai menu mentre in altri sono stati sostituiti da tarocchi locali o esteri senza però che ci sia nella stragrande maggioranza dei ristoranti una chiara indicazione nei menu.

“Come spesso accade, la guerra e le sue conseguenze uccidono il commercio buono e fanno proliferare quello cattivo e c’è il rischio che per l’export agroalimentare Made in Italy nel Paese di Putin si possa giungere ad un punto di non ritorno con la perdita definitiva degli spazi commerciali dopo anni di intensa crescita. – analizza Antonio De Concilio, Direttore Coldiretti Toscana – Il rischio è che una volta perso lo spazio sugli scaffali sarà difficile recuperarlo, anche se le tensioni politiche saranno separate e l’embargo eliminato, perché i rapporti commerciali si consolidano e i consumatori russi potrebbero fare scelte patriottiche e non volere più il Made in Italy sulle loro tavole”.

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