Melanoma: maggiore è il rischio se le scottature solari si prendono da bambini

Le scottature solari verificatesi nell’infanzia e nell’adolescenza fanno aumentare il rischio di insorgenza di tumori della pelle(in particolare di melanoma). L’esposizione al sole, inoltre, svolge un ruolo importante nell’aumento del numero di nei, soprattutto nei soggetti con pelle chiara. Di fondamentale importanza risulta la prevenzione e quindi la possibilità di fare una diagnosi precoce.

Negli ultimi decenni l’incremento di incidenza del melanoma è stato, nella maggior parte dei Paesi occidentali, superiore a quello riscontrato per altre neoplasie, mentre la mortalità è rimasta pressoché invariata in ragione della identificazione precoce di melanomi sempre più sottili che ha permesso un evidente miglioramento della sopravvivenza globale. E’ quanto emerge da uno studio pubblicato sulla rivista scientifica ‘A Cancer journal for clinicians’ e di cui si è parlato nel corso della presentazione del Master ‘Management del paziente con melanoma dalla ricerca alla terapia’, che si apre oggi all’Istituto Dermopatico dell’Immacolata (Idi) di Roma.

La diffusione delle conoscenze sui fattori di rischio potrebbe contribuire ad implementare la prevenzione primaria e secondaria. La promozione delle campagne di sensibilizzazione e di conoscenza dei fattori etio-patogenetici procede tuttavia con un certo rilento in Italia, ed in particolare nelle regioni del Sud. Infatti, la proporzione di popolazione italiana sottoposta a screening per melanoma è passata dal 15% del quinquennio precedente al 25% dell’ultimo quinquennio, di cui solo il 10% nell’area geografica rappresentata da Sud ed Isole.
In questi ultimi anni, lo sviluppo e l’affermazione di nuovi approcci terapeutici di tipo molecolare e/o immunologico sta contribuendo a produrre un ulteriore miglioramento della sopravvivenza complessiva nei pazienti affetti da melanoma (con particolare riferimento a quelli con malattia avanzata).

“Se la diagnosi avviene in fase avanzata, oggi abbiamo a disposizione armi efficaci per tenere sotto controllo la malattia a lungo termine” spiega Paola Queirolo, presidente Imi e responsabile del Dmt (Disease Management Team) Melanoma e Tumori cutanei all’Irccs San Martino Ist di Genova. “La sopravvivenza di questi pazienti è cambiata grazie a due strategie: da un lato le terapie a bersaglio molecolare, utilizzate nei pazienti che presentano la mutazione del gene Braf (50% dei casi), dall’altro l’immuno-oncologia. Prima dell’arrivo di queste nuove armi, la sopravvivenza mediana in stadio metastatico era di appena 6 mesi, con un tasso di mortalità a un anno del 75%. Queste molecole hanno aperto un ‘nuovo mondo’ non solo in termini di efficacia e attività ma anche di qualità di vita per la bassissima tossicità e la facile maneggevolezza”.

Oggi il 20% dei pazienti trattati con ipilimumab, la prima molecola immuno-oncologica approvata, è vivo a 10 anni dalla diagnosi. Gli anticorpi immunomodulanti, come nivolumab, che colpiscono la via di checkpoint immunitario chiamata PD-1, hanno evidenziato nei casi di malattia avanzata un tasso di sopravvivenza a un anno superiore al 70%. Dopo un triennio il 40% dei pazienti trattati con questi nuovi farmaci anti PD-1 è vivo, un dato che conferma il beneficio a lungo termine dell’immuno-oncologia. E nivolumab è la molecola anti-PD-1 con il più lungo follow up: il 35% dei pazienti è vivo a 5 anni.

“Il melanoma è il candidato ideale per applicare i principi della medicina di precisione che consiste nella comprensione dei meccanismi di sviluppo del cancro a livello genomico e include lo studio dei fattori predittivi di risposta e delle terapie più adatte” aggiunge Paolo Marchetti, che è consulente scientifico dell’Istituto, Direttore dell’Oncologia Medica all’Ospedale Sant’Andrea di Roma e presidente del Master Course Imi. “In questo modo si ottengono chiari vantaggi sia per il paziente che per il sistema perché si possono razionalizzare le risorse e ridurre gli sprechi”.

“I bambini costituiscono l’anello debole della catena, perché la pelle è in grado di memorizzare il danno ricevuto dalle scottature solari accumulate durante l’infanzia e può innescare il processo patologico anche a diversi anni di distanza. I piccoli di età inferiore a 12 mesi non vanno esposti al sole”, conclude  Queirolo.

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