Tra Australia e Italia scatta la guerra dei pomodori a colpi di dazi

L’Italia è invasa dai pomodori in scatola in arrivo dalla Cina a basso prezzo. Sono aumentate del 680 % le importazioni di concentrato di pomodoro dalla Cina che hanno raggiunto circa 70 milioni di chili nel 2015, pari a circa il 10 per cento della produzione nazionale in pomodoro fresco equivalente, ma nel mondo c’è anche chi si lamenta, a sua volta, dei pomodori in scatola italiani esportati a prezzi troppo bassi e sussidiati con soldi pubblici europei. Nel caso specifico a lamentarsi è l’Australia, che ha già imposto dazi e adesso minaccia pure di aumentarli.

Come riporta La Stampa, il governo di Australiano si lamenta perché i pomodori in scatola italiani vengono esportati a prezzi – dicono – troppo bassi e inferiori a quelli dei mercati d’origine (il cosiddetto “dumping”) anche grazie a aiuti europei. Per questo vuole aumentare i dazi imposti per l’import. Una questione che si trascina già da un paio d’anni, ma a febbraio la società locale Ardmona che lavora nel settore aveva ottenuto che venissero imposti dazi alle due aziende italiane che controllano da sole il 40% del pomodoro importato in Australia, La Doria (che deve pagare un balzello del 4,5%) e Feger (8,4%). Inoltre a maggio il governo australiano ha avviato un’indagine sui sussidi europei agli agricolotori che producono di pomodori.

A essere colpiti dalle misure anti-dumping sono i due principali esportatori italiani del settore, La Doria e Feger, aziende conserviere dell’agro nocerino-sarnese. Le due società nel 2014 erano riuscite a evitare misure analoghe comminate a ben 103 aziende conserviere italiane alle quali erano stati imposti dazi dal 2 al 9% sul prezzo di vendita. Adesso la scure anti-dumping si abbatte anche sulle due aziende campane che — spiegano i media locali — riuscirebbero a vendere in Australia pelati da 400 grammi a 60 centesimi di dollaro (meno di 40 centesimi di euro) contro gli 1,40 dollari (circa 0,87 euro) della principale concorrente locale, la SPC Ardmona. Il ministro dell’Industria Christopher Pyne ha spiegato che le misure erano necessarie:”«Così — ha dichiarato al Sydney Morning Herald — permetteremo ai produttori locali di competere alla pari nei negozi e nei supermarket australiani”. Anche se le motivazioni principali sono di natura etica. Secondo quanto si legge sulla stampa locale, le aziende nostrane falserebbero il mercato vendendo i loro prodotti a prezzi inferiori a quelli di mercato grazie agli  aiuti comunitari che arrivano al settore agricolo.

Una decisione che non è piaciuta all’Unione europea, che sale sulle barricate e minaccia ritorsioni. “L’Australia dovrà ripensare le sue politiche protezionistiche sui pomodori in scatola se non vuole mettere a rischio l’accordo di libero scambio che sta negoziando con l’Ue”, avvisa l’europarlamentare Paolo De Castro in commissione agricoltura, “Conteggiando ai fini anti-dumping gli aiuti agli agricoltori europei l’Australia va contro le regole del Wto. Se l’Ue si rivolge al tribunale delle controversie dell’organizzazione mondiale del commercio, l’Australia non sarà in grado di sostenere le sue pretese”.

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